Viva la differenza!

Viva la differenza!

La banca presso la quale io stesso ho da decenni il mio conto corrente, un istituto austriaco serio e di lunghissima tradizione, ha recentemente lanciato una campagna pubblicitaria in cui si vedono dei giovanotti spettinati, con felpe a cappuccio e jeans strappati, che sfrecciano per strada sui loro skateboard e che, fra una piroetta e l’altra, fra un gimme-five e l’altro, sbrigano rapidamente, con la massima disinvoltura, le loro pratiche bancarie sul cellulare oppure al terminal di un bancomat. Yeah!

Un tempo, a nessuna banca (o a nessuna agenzia pubblicitaria incaricata da una banca) sarebbe mai venuta in mente una pubblicità simile: un istituto bancario era infatti qualcosa di assolutamente serio, qualcosa che tentava di curare un’immagine di sé solida e rispettabile, rivolta a imprenditori, a risparmiatori, a investitori, a padri di famiglia, a lavoratori… ma non certamente a ragazzacci di strada. Per quanto i soldi dei ragazzacci di strada nessuna banca li ha senza dubbio mai disdegnati (pecunia non olet) una tale immagine, un tempo, non sarebbe mai stata accettabile e, per usare un linguaggio bancario, “non avrebbe mai avuto credito”.

Oggi i tempi sono cambiati. Non solo banche, ma istituzioni pubbliche e private di qualsiasi sorta fanno a gara nello sbandierare il fatto che accettano, promuovono e accolgono con favore (almeno a parole) ogni diversità, ogni stile di vita alternativo, ogni differenza sociale, sessuale e antropologica nonché (ovviamente e soprattutto) ogni colore di pelle e ogni identità di genere non convenzionale. Talora sembrerebbe perfino che per molte imprese il cliente (talora anche l’impiegato) ideale debba essere nero, anzi meglio se meticcio, oppure avere i capelli viola e un piercing al naso.

In tutto ciò (se in molti casi non fosse ipocrisia) in linea di principio non c’è ovviamente nulla di male.  Al contrario, si tratta di qualcosa di assolutamente positivo e desiderabile. Non c’è tuttavia qualcosa di strano? Fino solo a una o due generazioni fa, per non parlare di tempi ancora precedenti, chi era diverso e alternativo doveva lottare duramente per affermare la propria diversità e per guadagnarsi diritti e rispetto – e spesso finiva per trovarsi in ogni caso davanti a porte chiuse (se non perfino a guai giudiziari). Oggi trova porte spalancate senza che nemmeno debba bussare. Come mai?

Forse mi sbaglio, forse sono io che sono per mia natura un bastian contrario o eccessivamente diffidente, eppure dietro così troppo facili e così plateali dichiarazioni di accettazione del “diverso” non posso non sospettare che in realtà ci sia, almeno in una parte dei casi, la volontà di assimilarlo. A patto che non metta in discussione i dogmi del suo pensiero unico e stia fondamentalmente al suo gioco, gli attori del contemporaneo capitalismo neoliberale se lo possono del resto oggi permettere. Anzi, ne hanno solamente da trarre vantaggio. Anzitutto (pecunia non olet),ogni diversità corrisponde anche a una diversa, nuova nicchia di mercato. Oltre a ciò, una civiltà che non solo tollera ma accoglie tutte le differenze, al contempo – in quanto differenze – le annulla. Una civiltà in cui qualsiasi stile di vita va bene, in cui viene enfaticamente detto e ripetuto che essere alternativi è qualcosa di bello e desiderabile, in cui viene proclamato che nessuno dovrà mai più preoccuparsi di conformarsi ad alcun modello, sterilizza di fatto ogni modo di essere alternativi e di contrapporsi ai suoi dogmi, alla sua struttura e alle sue istituzioni. Una civiltà che rende uguale il diverso, rende il diverso non più diverso. Al contempo, i limiti della “gabbia d’acciaio” vengono da un lato ampliati, dall’altro le sue sbarre vengono consolidate.

Così, nel trionfo apparente della differenza, rischiamo realmente di assistere alla sua silenziosa scomparsa. Come un novello Ottaviano Augusto, il capitalismo neoliberale è riuscito a imporre la sua Pax. Nel cuore del suo impero tutto è tranquillo, e la storia sembra essere giunta al suo termine. Si tratta tuttavia di un ordine imperiale che tutto tollera e accoglie per rendere in realtà tutto impotente e funzionale ai propri interessi.