Siamo tutti dei piccoli Eichmann

Siamo tutti dei piccoli Eichmann

Tre considerazioni sulla banalità del male

1. Adolf Eichmann, il tenente colonnello nazista responsabile dell’organizzazione logistica della deportazione di milioni di ebrei europei verso i campi di sterminio, come è noto, si difese in sede processuale sostenendo che aveva soltanto eseguito le consegne che aveva ricevuto, che non aveva mai ucciso personalmente una singola persona e che non era spinto da alcun odio personale verso gli ebrei, ma solo dal senso del dovere e dall’obbedienza alle leggi del proprio Paese. Insomma: stava solamente facendo il proprio lavoro, e cercava di farlo nel miglior modo possibile, senza realmente prestare attenzione al suo contenuto e alle sue conseguenze.
Ora, al di là del caso di Eichmann, ciò non è forse qualcosa che, mutatis mutandis, ci riguarda tutti – o per lo meno una gran parte di noi? Fin dai primi anni di vita, nelle società occidentali, veniamo tutti sottoposti a un addestramento sociale fondato sull’idea che l’obbedienza e lo scrupoloso completamento dei compiti assegnatici costituiscano di per sé una virtù, indipendentemente da ciò che effettivamente facciamo: lo impariamo anzitutto in famiglia, e lo impariamo quindi anche e soprattutto a scuola (soprattutto quest’ultima è un’istituzione che, premiando la prestazione e il rispetto formale di richieste e prescrizioni, funziona spesso come un potentissimo laboratorio di conformismo e di acriticità, abituando precocemente la mente a separare la “corretta” esecuzione di certi compiti o il “corretto” apprendimento di determinati contenuti dalla riflessione sulla loro opportunità e il loro significato). Al contempo, fare il proprio dovere e svolgere bene la propria mansione attiva precisi circuiti di gratificazione, di approvazione sociale e di appagamento psichico: l’obbedienza formale permette infatti di placare le richieste del Super-Io e di alimentare l’Ideale dell’Io, confortandoci nella sensazione di essere, per così dire, “giusti”, “in regola” e “privi di colpa”.
Quando questo meccanismo emotivo incontra successivamente, in età adulta, il mondo del lavoro e le richieste di efficienza che la società in generale pone all’individuo, si innesca spesso un potente processo non solo di deresponsabilizzazione verso ciò che si fa, ma perfino della sua esaltazione. Numerose forme di etica del lavoro ne sono tipiche manifestazioni: lo stakanovismo sovietico (glorificazione del sacrificio e dello sforzo lavorativo come dovere sociale); l’ethos operaistico fondato su disciplina, responsabilità e rispettabilità tipico dell’élite operaia del secondo dopoguerra, particolarmente esaltato dai sindacati e dai partiti comunisti occidentali, in primis dal PCI italiano (ma, per inciso, il comunismo non doveva semmai essere la liberazione dal lavoro nella sua forma subordinata, alienata e coercitiva… e i lavoratori comunisti, lungi dal riconoscere e soprattutto dal voler essere riconosciuti dal capitale come controparte, non dovevano semmai assumere una posizione radicalmente antagonista nei suoi confronti?); la cultura giapponese della dedizione totale all’azienda fino al sacrificio completo di sé e al karoshi (morte per sfinimento lavorativo); la cultura yuppie “milanese” del vantarsi del rimanere in ufficio a lavorare fino alle dieci di sera… e via così. Anche nell’adulto, di fatto, continua spesso a muoversi la stessa emotiva dell’infanzia: l’inconscio bisogno di approvazione da parte delle figure d’autorità, siano esse i genitori di ieri o i datori di lavoro e i vettori della pressione sociale di oggi. Nella convinzione di essere inappuntabili lavoratori o irreprensibili professionisti, molte persone continuano di fatto ad aspettare che qualcuno dica loro che si sono “comportati bene” e dia loro una pacca sulla spalla. Proprio come Adolf Eichmann.

2. Ora, nel momento in cui la mente si focalizza sulle micro-azioni tecniche del momento, sul rispetto delle scadenze e sul raggiungimento dei parametri di efficienza richiesti, l’attenzione selettiva dell’individuo si restringe al come eseguire la propria azione, dissolvendo spesso la percezione del cosa stia effettivamente producendo e di quali conseguenze, dirette o indirette, ciò comporti. La complessità dei sistemi aziendali e istituzionali contemporanei agisce peraltro come perfetto dispositivo di occultamento: essa rende opaca la visione d’insieme e impedisce di cogliere la totalità dell’opera.
In questo contesto, il fatto di lavorare per un’azienda che produce medicinali salvavita piuttosto che armi, che sviluppa energie rinnovabili piuttosto che algoritmi pensati per creare dipendenza digitale in bambini e adolescenti, che è attiva nel settore della protezione dell’ambiente piuttosto che della speculazione finanziaria, ecc. finisce per non fare nessuna differenza. L’importante è fare il proprio lavoro bene. Finché la mente è occupata a risolvere i problemi lavorativi quotidiani, del resto, ci si mette al riparo dalla domanda più angosciante di tutte: “a cosa sta servendo davvero la mia vita?” Proprio come Adolf Eichmann.

3. Anche quando sviluppiamo una consapevolezza critica rispetto al contenuto e alle conseguenze effettive, siano esse anche lontane e del tutto indirette, del lavoro che svolgiamo, resta in ogni caso il fatto che viviamo in una società in cui ci sono relativamente poche attività lucrative che non comportino un qualche danno per qualcuno o per qualcosa. A meno di non decidere di diventare degli eremiti, non possiamo uscire da questo sistema. In alcuni settori ciò è più immediato ed evidente che in altri: si pensi all’industria del tabacco, dell’alcol, del gioco d’azzardo, degli armamenti e così via. Tuttavia, biasimare e fare i moralisti verso chi si ritrova a lavorare in questi settori è un atteggiamento da “anima bella”, superficiale, supponente e disinformato. In realtà, a dovere essere biasimato è semmai l’intero sistema economico e produttivo di questo mondo – e non di certo i singoli che in esso devono inevitabilmente guadagnarsi da vivere, e devono pertanto accettare le opportunità di impiego in esso disponibili.
L’idea che esistano forme di esistenza del tutto “pure” ed “esenti da responsabilità” in un’economia globale interconnessa è del resto un’illusione: anche chi lavora nella sanità pubblica, nella tutela del patrimonio artistico o nella protezione dell’ambiente, tanto nel contesto immediato del suo lavoro quanto nella sua vita privata, in quanto persona che vive necessariamente in questo mondo, fa inevitabilmente uso di tecnologie ambientalmente nocive, guida automobili inquinanti, consuma prodotti contenenti sostanze tossiche, ecc. Siamo tutti immersi in una fitta rete di compromessi. La distinzione tra settori e fra ruoli “buoni” e “cattivi” è spesso solo una questione di distanza percepita dal danno che contribuiamo a produrre.
Certamente, si obietterà che Adolf Eichmann era pienamente cosciente delle conseguenze di ciò che stava facendo. Ciò è verissimo. Eppure, se prendiamo anche solo una qualsiasi cassiera di un supermercato, non è forse vero che vende ai consumatori alimenti pieni di sostanze tossiche, pesticidi e composti cancerogeni… imballati in confezioni di plastica che andranno a disperdersi nell’ambiente… provenienti talora dall’altro capo del mondo e distribuiti attraverso catene logistiche insostenibili e dall’impronta ecologica spaventosa… prodotti magari da lavoratori spietatamente sfruttati… eccetera, eccetera, eccetera. E una cassiera di supermercato anche solo mediamente informata, non ha forse mai sentito parlare di cancro e altre patologie causate da prodotti contaminati, così come del problema delle microplastiche, dei rifiuti, del riscaldamento globale e delle conseguenze di tutto ciò sull’ambiente e sulla vita (e la morte) di innumerevoli persone? E se ne ha sentito parlare, in che modo è allora esente da responsabilità a riguardo? Se fosse chiamata a giudizio per crimini contro l’umanità, la commessa del supermercato (e si potrebbero del resto fare infiniti analoghi esempi relativi ad altre professioni) direbbe: io non ho alcuna responsabilità, faccio semplicemente il mio lavoro, sto soltanto eseguendo le consegne che ho ricevuto, né ho mai ucciso personalmente nessuno. Proprio come Adolf Eichmann.