Prima precisazione – Nel suo recente Die Reue des Prometheus (Il pentimento di Prometeo), Peter Sloterdijk scrive senza mezzi termini che”Prometeo si vergogna. Il dono del fuoco si è rivelato un dono dalle conseguenze fatali, che è ormai fuori controllo e procede verso dimensioni imprevedibili. Prometeo sente di essere stato frainteso, e si vergogna di ciò che gli uomini hanno fatto del suo dono. Anche un titano avrebbe dovuto saperlo, che occorre imparare a fare i regali giusti. Il suo dono è stato ingenuo, e ora che è cresciuto a dismisura nelle mani di chi lo ha ricevuto, se ne pente. (…) Ciò che era inteso come un mezzo per sopperire all’inermità dell’uomo, è diventato una forza del male, del tutto sproporzionata rispetto agli svantaggi iniziali che intendeva correggere (…). Sopra i loro fuochi a cielo aperto, i loro motori, i loro altiforni, i loro pozzi di trivellazione, le loro centrali elettriche, le loro ciminiere, i loro mattatoi, i loro incendi, si accumulano nubi di fumo che non promettono nulla di buono. Le nubi si addensano a tal punto da mettere radicalmente in discussione l’esistenza stessa del mondo, così come dèi e uomini l’hanno conosciuta fino a oggi”[1]. Proprio così: il mondo è oggi avviato verso il disastro – e tanto lungimirante come suggerisce il suo nome (letteralmente: “colui che riflette prima”), Prometeo non è dunque forse poi stato.
Ora, Homo sapiens è una specie intrinsecamente tecnica. Senza il dono di Prometeo, semplicemente non esisterebbe, ovvero sarebbe evoluto in tutt’altra direzione, come un primate tra i tanti, lasciato al proprio destino nel contesto della storia naturale – e non sarebbe quell’animale del tutto speciale che oggi conosciamo come Homo sapiens[2]. È altresì vero che ogni attività tecnica umana incide sempre sull’ambiente, in quanto corrisponde sempre a un qualche intervento trasformativo sulla materia, sullo spazio o sulle risorse naturali (anche quando il suo impatto è minimo o localizzato). È tuttavia altrettanto vero che c’è tecnica e tecnica. Homo sapiens, di fatto, è anche e soprattutto una specie culturale, e all’interno delle diverse culture umane il modo in cui la tecnica si è manifestata e si è sviluppata varia profondamente, riflettendo visioni del mondo, sistemi di valori, cosmologie e modi di rapportarsi al vivente radicalmente differenti l’una dall’altra. In effetti, la storia testimonia di numerose civiltà umane che vivono (o che hanno vissuto, fino a che non sono state spazzate via da altre forme civiltà o non sono state, con le buone o con le cattive, da esse assimilate) in maniera del tutto compatibile con il proprio ambiente, avendo su di esso un impatto, per quanto mai nullo, comunque sostenibile. Se l’attuale civiltà industriale-capitalistica di matrice occidentale è ormai diventata la civiltà dominante a livello globale (come la globalizzazione non sia fondamentalmente altro che un fenomeno di violenta espansione a livello planetario della civiltà occidentale è perfettamente descritto dallo stesso Peter Sloterdijk, fra le sue altre opere, in Il mondo dentro il capitale), ciò non deve fare dimenticare come grandi e sofisticate civiltà del passato non abbiano affatto sviluppato un atteggiamento predatorio, reificante e strumentale nei confronti dell’ambiente e non lo abbiamo considerato, per usare la terminologia di Martin Heidegger, un Bestand, vale a dire una mera risorsa inerte, liberamente sfruttabile e manipolabile – e ciò non perché la loro tecnologia fosse troppo “debole” e poco sviluppata (si pensi per esempio alla Cina del “periodo d’oro” sotto la dinastia Song, la cui tecnologia era avanzatissima, ma che non ha mai concepito la natura come un oggetto da dominare, bensì come un ordine vivente in cui l’essere umano deve armoniosamente inserirsi, senza violarlo e senza forzarlo, oppure alla civiltà Inca, che aveva sviluppato da un lato una straordinaria ingegneria agricola, ma dall’altro anche il culto della madre terra, Pachamama, a cui va simbolicamente restituito il nutrimento che essa fornisce agli esseri umani) bensì perché alla base dell’impiego di tale tecnologia si trovava una cultura che riconosceva alla Terra e al vivente un valore intrinseco, inviolabile e inalienabile.
Come sottolinea fra gli altri Claude Lévi-Strauss, numerosi popoli possiedono di fatto “vasti sistemi di riti e credenze, che possono apparirci superstizioni ridicole, ma conducono all’effetto di conservare il gruppo umano in equilibrio con l’ambiente naturale. Che una pianta sia considerato un essere rispettabile da non cogliersi senza un motivo legittimo e senza aver prima placato il suo spirito con offerte; che gli animali a cui si dà la caccia per nutrirsi siano posti, secondo la loro specie, sotto la protezione di altrettanti patroni soprannaturali che puniscono i cacciatori colpevoli di abusi per prelievi eccessivi o perché non hanno risparmiato le femmine nei piccoli; che domini infine la credenza che uomini, animali e piante dispongano di un capitale vitale comune, per cui ogni abuso commesso a spese di una specie si traduce immediatamente, nella filosofia indigena, in una diminuzione della speranza di vita degli uomini stessi, sono queste altrettante testimonianze forse ingenue ma molto efficaci di un umanesimo saviamente concepito, che non trae inizio da se stesso ma concede all’uomo una collocazione ragionevole nella natura, invece di autorizzarlo a farsene padrone e a saccheggiarla, senza neppure curarsi dei bisogni e degli interessi più evidenti di coloro che verranno dopo di lui.[3]“
In maniera analoga Werner Bätzing, autore di una monumentale storia del rapporto fra uomo e ambiente dal significativo titolo Homo Destructor, insiste sul fatto che “nel corso dell’evoluzione, l’uomo è stato posto dalla natura in una posizione tale per cui non possiede alcun ecosistema al quale il suo corpo sia adattato. Deve quindi conquistarsi o costruirsi il proprio spazio vitale attraverso l’apprendimento culturale. L’uomo non ha pertanto bisogni biologicamente determinati e limitati (…). Proprio per questo è tuttavia in grado, nella sua illimitatezza, di distruggere le basi stesse della propria vita, il suo ambiente e se stesso”. Tuttavia, “le società umane hanno continuamente sviluppato norme e valori specifici, immagini di sé, della natura e del mondo, nonché concezioni religiose o filosofiche, il cui scopo consiste appunto nell’autolimitazione”[4].
Altre civiltà umane, insomma, non hanno fatto del dono di Prometeo lo stesso uso. Sloterdijk, pur nella sua lucidità diagnostica, si riferisce a una precisa civiltà, universalizzandone l’esperienza come se costituisse l’unica possibile traiettoria dell’umanità. È vero, ripeto, che quella industriale-capitalistica di matrice occidentale è ormai diventata la civiltà dominante a livello globale e che, pertanto, egli ha perfettamente ragione a parlarne in tali termini – ma sarebbe tuttavia doveroso precisare che Prometeo avrebbe ragione di pentirsi di avere donato la tecnica all’uomo occidentale, e niente affatto all’uomo tout court.
Seconda precisazione – Nel 2000, il chimico Paul Crutzen e il biologo Eugene Stoermer proposero l’utilizzo del termine termine Antropocene per sottolineare il passaggio a una nuova era geologica nella quale l’impatto dell’attività tecnica umana sulla Terra è giunta a un livello tale da essere preponderante rispetto a ogni altro fattore naturale – tanto da avere addirittura ripercussioni non solo sul clima, sull’ambiente e sulla biodiversità ma perfino sulla sua stessa struttura geologica del pianeta[5].Termini analoghi erano stati proposti in realtà già da molto tempo, addirittura già da Antonio Stoppani nel 1875 e da Teilhard de Chardin nel 1925, ma non erano mai stati accolti dalla comunità scientifica per mancanza di una vera e propria evidenza stratigrafica come per le altre ere geologiche. Oggi c’è anche quella: una serie di studi ha infatti recentemente individuato un nuovo, recente strato geologico, di origine tutta umana, consistente nella ricaduta radioattiva (cosiddetto Fallout) delle varie bombe atomiche fatte esplodere sulla Terra dal 1945 a oggi (i due ordini lanciati dagli USA sul Giappone e i circa 2000 test condotti dalle varie superpotenze militari)[6].
Secondo il Gruppo di lavoro internazionale interdisciplinare sull’Antropocene (Anthropocene Working Group, AWG), i fenomeni associati all’Antropocene includono: “un aumento significativo (pari almeno a un ordine di grandezza) dell’erosione del suolo e del trasporto di sedimenti associato all’urbanizzazione e all’agricoltura; marcate e brusche perturbazioni antropogeniche dei cicli di elementi come il carbonio, l’azoto, il fosforo e vari metalli unitamente all’apparizione di nuovi composti chimici; cambiamenti ambientali generati da queste perturbazioni, tra cui il riscaldamento globale, l’innalzamento del livello del mare, l’acidificazione degli oceani e la diffusione di ‘zone morte’ oceaniche; rapidi cambiamenti nella biosfera sia sulla terraferma che in mare, come risultato della sparizione di habitat, di predazione delle risorse, di esplosione delle popolazioni di animali domestici e di invasioni di specie; proliferazione e dispersione globale di numerosi nuovi composti ‘minerali’ e ‘rocciosi’ tra cui cemento, ceneri volanti e plastica, insieme a una miriade di ‘tecnofossili’ risultanti da questi e da altri materiali. Molti di questi cambiamenti persisteranno per millenni o anche più a lungo, e stanno già alterando la traiettoria del sistema Terra, in alcuni casi con effetto permanente. Essi si riflettono in un distinto corpo di strati geologici che si stanno oggi accumulando sulla superficie terrestre, e che possono potenzialmente rimanervi anche in un lontano futuro”[7].
Di nuovo, per quanto parlare di Antropocene sia assolutamente legittimo, sarebbe opportuno precisare che si tratta, più propriamente, di un Antropocene “di marca occidentale”. Non è infatti corretto attribuire all'”uomo” in generale una responsabilità che in realtà è storicamente attribuibile in primo luogo alle élite industriali e capitalistiche europee e nord-americane.
Terza precisazione – Tutto sommato, potrebbe chiedersi Prometeo, non sarebbe forse corretto paragonare l’uomo della civiltà industrial-capitalistica occidentale, e solo esso, mutatis mutandis, a un cancro? Vale a dire a un nucleo di cellule impazzite di un organismo che – pur essendo nate, pur essendosi sviluppate e pur vivendo all’interno di esso – hanno con esso perso ogni rapporto equilibrato (vale a dire: sostenibile) per prendere una traiettoria propria, intrinsecamente patologica, e che, alla fine, se non fermate (ovvero distrutte) per tempo, possono arrivare a distruggere il corpo che le ospita – e quindi anche se stesse? Come avrebbe potuto Prometeo prevederlo? Si può discutere a lungo sulle condizioni e sulle ragioni più profonde di questo processo — per esempio se ciò sia dovuto, fra le altre cause, alle religioni abramitiche[8] e al pensiero metafisico occidentale[9] – resta in ogni caso il fatto che questo fenomeno patologico, in una simile misura, è legato indissolubilmente alla rivoluzione industriale, all’affermarsi del sistema di produzione capitalistico nonché, in tempi più recenti, all’odierna globalizzazione, vale a dire a tre fenomeni che si sono tutti originariamente sviluppati nei paesi occidentali.
Il primo di questi fenomeni (reso possibile dalla precedente rivoluzione scientifica, vale a dire da un fenomeno anch’esso originatosi in occidente) ha consentito uno sviluppo senza precedenti della potenza prometeica dell’uomo, tanto che oggi anche un solo incidente industriale di un certo livello o l’esplosione di una sola bomba di un certo tipo potrebbero distruggere non solo gran parte delle specie animali e vegetali, ma rendere la stessa Terra sterile per secoli, se non per millenni.
Il secondo fenomeno si contraddistingue per il fatto di considerare ogni risorsa presente sul pianeta (non solo naturale ma anche umana) come un mero strumento per la creazione di profitto, il quale viene costantemente reinvestito per crearne altro e altro ancora, secondo un’intrinseca logica di crescita che ha tuttavia luogo in un mondo le cui risorse sono limitate e in cui una crescita illimitata, molto semplicemente, non è possibile. Si noti a questo riguardo che quella capitalistica è l’unico tipo di economia storicamente affermatosi per il quale la crescita è un’intrinseca necessità strutturale: senza un continuo ampliamento della produzione e del mercato, il capitale non può infatti valorizzarsi, e il sistema in quanto tale rischia di collassare. Certamente, molte civiltà del passato hanno conosciuto fasi di espansione economica, ma essa era eventuale, non espressamente ricercata in quanto tale, ciclica e contestuale, spesso seguita da fasi di stagnazione o di recessione senza che ciò venisse percepito come “crisi” alla quale occorreva assolutamente rimediare, pena pregiudicare la riproduzione del sistema stesso[10]. Di fatto, nelle civiltà tradizionali a economia non-capitalistica i fenomeni economici sono sempre stati incorporati all’interno di legami sociali e simbolici – e in ogni caso a essi subordinati. Mai essi sono stati considerati come qualcosa di autonomo, indipendente o sovraordinato rispetto all’ordine complessivo della società e ai suoi valori culturali, morali o religiosi che fossero[11]. Solamente nel capitalismo avanzato la crescita economica è diventata un valore in sé, a cui qualsiasi altro valore sociale e culturale viene fondamentalmente subordinato[12].
Il terzo fenomeno rappresenta infine la diffusione planetaria dei primi due, portata avanti per secoli dagli stati dell’Europa occidentale tramite pratiche coloniali e imperialistiche a seguito delle quali essi hanno imposto il proprio modello di civiltà (e di sviluppo economico) sul mondo intero – talora prendendo possesso dei territori su cui per millenni avevano vissuto altri popoli, portatori di altre civiltà, semplicemente sterminandoli, sottomettendoli o relegandoli in riserve, talora forzandoli ad adottare, volenti o nolenti, modelli di di produzione e di consumo che si erano originariamente sviluppati nel vecchio continente, obbligandoli con la forza ad aprirsi al commercio e alla circolazione internazionale dei capitali, talora trasformandoli in meri fornitori di materie prime e/o di manodopera a basso costo (se non perfino schiavile). In ogni caso, le potenze occidentali hanno destrutturato, se non completamente annientato, le culture e le strutture socioeconomiche tradizionali di innumerevoli altri popoli. Il cancro, originatosi in Europa, si è così esteso, a seguito di progressive e sempre più rapide metastasi, al pianeta intero.
Quarta precisazione – Nella sua celebre intervista rilasciata nel 1966 alla rivista Der Spiegel, Martin Heidegger si era espresso con la frase: “Ormai soltanto un dio ci può salvare”, intendendo con ciò che solamente una profonda svolta culturale, un radicale cambiamento epocale (ad avviso di Heidegger in ogni caso non prevedibile e tutto sommato insperabile) avrebbero potuto invertire la rotta intrapresa dall’uomo, riportandolo a un’apertura radicalmente nuova al senso dell’essere. Heidegger aveva del tutto ragione – ma, come Sloterdijk, tralasciava di precisare che avrebbe fondamentalmente dovuto parlare dell‘uomo occidentale. In altre tradizioni culturali, cosmologie o visioni del mondo, l’oblio dell’essere lamentato dal pensatore tedesco non si è infatti verificato – ed esso non è pertanto necessariamente un “destino universale” dell’uomo, quando piuttosto del solo uomo occidentale.
Nel 2001, Peter Sloterdijk, con la sua collezione di saggi Non ancor salvati, ha risposto implicitamente a Heidegger, distanziandosi tuttavia dalla sua visione di un evento salvifico proveniente dall’esterno come unica possibilità di salvezza. Piuttosto, il pensatore di Karlsruhe propone una visione etica e antropotecnica: la salvezza, se mai possibile, non verrà dall’esterno, ma dovrà essere costruita dall’uomo stesso attraverso pratiche culturali consapevoli e processi di autopoiesi individuale e collettiva. In questa prospettiva, anziché porsi in una posizione di attesa e di heideggeriano “abbandono” (Gelassenheit), l’uomo è chiamato a diventare il responsabile del proprio destino, plasmando attivamente la propria esistenza e il futuro della specie.
Che possa scaturire da un evento epocale proveniente “da fuori” piuttosto che di un riorientamento culturale proveniente “da dentro”, ciò che entrambi i pensatori tralasciano tuttavia di dire espressamente, è che una reale, profonda trasformazione del destino dell’uomo non può avere luogo all’interno di una civiltà dominata dal paradigma economico capitalista – vale a dire una civiltà in cui, per sua propria intrinseca natura, ogni considerazione di carattere etico, ecologico, politico, sociale e culturale è strutturalmente subordinata a considerazioni di carattere economico. È inutile tentare di girarci intorno o di arrampicarsi sugli specchi: non è realmente possibile alcuna economia capitalistica “verde” o comunque “sostenibile; non è possibile un’economia capitalistica in qualsiasi modo “eticizzata” (il capitalismo è già di per sé un ethos, e precisamente un ethos della pura produzione di profitto in quanto unico e assoluto scopo, prima e indipendentemente da qualsiasi altra considerazione!); non è possibile alcuna economia capitalistica “mitigata”, che non sia strutturalmente propensa a causare danni climatici e ambientali, mali sociali, alienazione, sperequazioni e sfruttamento – se non in narrazioni ideologiche in ultima analisi funzionali alla legittimazione dell’esistente, utili a disinnescare il dissenso radicale e a perpetuare l’illusione che sia possibile correggere il sistema senza intaccarne i presupposti fondamentali[13]. Senza dubbio, numerose iniziative di “sostenibilizzazione” e di “moralizzazione” dell’economia capitalistica sono animate da buone intenzioni e diverse di esse hanno incontestabili ricadute positive a livello locale. Rispetto all’enormità dei problemi a livello planetario esse risultano tuttavia spesso insignificanti. Anche se, a livello sistemico, si riuscisse a rallentare il consumo delle risorse e a ridurre i danni ambientali – il che è comunque un discorso puramente teorico, in quanto a livello planetario sta semmai avvenendo, a ritmi di crescita esponenziale, tutto il contrario -, sul lungo periodo ciò servirebbe comunque a poco (se si vuole evitare la catastrofe ecologica non si tratta infatti di ridurre il consumo di risorse e di rallentare i danni ambientali – ma di fermarli completamente: se si lascia un rubinetto del tutto aperto o si lascia gocciolare l’acqua piano piano, prima o poi il secchio si riempie comunque!). Numerose altre iniziative sono del resto sfacciatamente operazioni di green washing e di maquillage, oppure si riducono a gesti del tutto simbolici, che assolvono anzitutto il compito di mettere la coscienza in pace a chi li compie piuttosto che affrontare i problemi alla radice. Oltre a ciò, anziché costituire l’occasione per una ragionevole e ravveduta riconversione delle forme di sfruttamento delle risorse naturali, ovunque ve ne sia l’occasione, i cambiamenti climatici si traducono peraltro nella ricerca di nuove, ulteriori opportunità economiche, da essi rese possibili[14].
Prometeo, in conclusione, potrebbe dire: “vi ho donato la tecnica affinché poteste procurarvi il cibo, riscaldarvi, curare le malattie, costruire dimore sicure, soddisfare i bisogni essenziali della vita. La civiltà capitalistica occidentale ha finito per impiegarla per produrre inutili gingilli effimeri di plastica, superflui e spesso perfino molesti dispositivi elettronici, prodotti monouso destinati alla fine solamente a riempire discariche e ogni altra sorta di porcherie. La ha usata per creare spietati allevamenti industriali, per costruire bombe, per effettuare disboscamenti sconsiderati e trivellazioni dissennate, per costruire stadi sportivi climatizzati in mezzo al deserto o per mandare miliardari a fare turismo nello spazio. Ha finito per impiegarla per realizzare ogni sorta di attività e per produrre manufatti al solo scopo di generare profitto, senza chiedersi se apportino beneficio piuttosto che danno all’umanità e al mondo. Come si può ritenere salvabile questo uomo?”.
Piuttosto che attendere soluzioni messianiche o auspicare mutamenti autopoietici, occorrerà piuttosto rendersi conto del fatto, come scrive Slavoj Zizek, che stiamo davvero “vivendo alla fine dei tempi” – vale a dire in un momento di crisi radicale in cui le contraddizioni insite nel nostro modello di civiltà stanno sempre più rapidamente precipitando verso un punto di rottura abissale, irreversibile e senza precedenti. Solo riconoscendo incondizionatamente la gravità della crisi in atto sarà possibile evitare le trappole dell’ideologia, che continuano a proporre rimedi superficiali e a nascondere le contraddizioni strutturali del sistema – senza farsi tuttavia alcuna illusione riguardo alla possibilità di un esito salvifico, bensì assumendo piena consapevolezza del fatto che la catastrofe definitiva è un’eventualità sempre più concreta e drammaticamente possibile[15].
[1] Peter Sloterdijk, Die Reue des Prometheus (Il pentimento di Prometeo). Traduzione mia.
[2] Senza tecnica non c’è uomo, né esiste alcuna una natura umana che preceda la tecnica o che prescinda da essa. Non è corretto affermare che l’uomo possiede la tecnica, come se questa fosse un semplice strumento a sua disposizione. Al contrario, è la tecnica stessa a costituire l’uomo. Ciò vale più che mai oggi. Oggi nasciamo infatti in un mondo in cui ogni dimensione della nostra esperienza è già modellata da un preciso paradigma tecnico. Questo paradigma non si limita a determinare il nostro modo di agire sulla realtà, ma informa sin dall’inizio anche il nostro modo di percepirla e di comprenderla. Secondo Carlo Sini, “ogni definizione della strumentazione tecnica come qualcosa di aggiunto a una supposta natura originaria dell’essere umano è un palese abbaglio. Non solo gli esseri umani sono costitutivamente tecnici, ma dell’agire tecnico ed esosomatico sono propriamente e letteralmente il prodotto.” (Carlo Sini, La materia del soggetto, in Noema, 6-1). Secondo Martin Heidegger: “la tecnica non è semplicemente un mezzo. La tecnica è un modo del disvelamento. Se facciamo attenzione a questo fatto, ci si apre davanti un ambito completamente diverso per l’essenza della tecnica. È l’ambito del disvelamento, cioè della verità.” (Martin Heidegger, La questione della tecnica).
[3] Claude Lévi-Strauss, Razza e cultura
[4] Werner Bätzing, Homo Destructor. Eine Mensch-Umwelt-Geschichte. Traduzione mia. Secondo il geografo e antropologo tedesco, le civiltà più “ecologicamente sostenibili” sono (state) soprattutto quelle di cacciatori e raccoglitori e quelle agricole di tipo collettivistico ed egualitario. In particolare riguardo alle prime, scrive: “Cacciatori e raccoglitori nutrono un grande rispetto e una profonda venerazione per la natura, non solo per gli animali e le piante, ma anche per la natura inanimata, considerata come dotata di spirito. Per questo motivo, il loro utilizzo della natura non è semplicemente uno sfruttamento – vale a dire: prendere tutto ciò che si può ottenere – bensì un uso consapevolmente regolato, che si orienta all’ordine naturale e che si sente responsabile nei suoi confronti”. Oltre a ciò, “Cacciatori e raccoglitori possiedono una conoscenza della natura straordinariamente precisa e vasta. Non conoscono solo le caratteristiche e le peculiarità della crescita e del comportamento di innumerevoli piante e animali, ma possiedono anche un grande sapere riguardo alle condizioni meteorologiche attuali e previste, ai cambiamenti delle stagioni, ai diversi tipi di suolo, rocce e legnami o alle riserve idriche sotterranee, sanno accendere il fuoco con pochi materiali naturali, liberare intenzionalmente determinate aree dalla vegetazione arborea tramite incendi controllati e molte altre cose. (…) Questa conoscenza della natura è di tipo qualitativo e riguarda tutti i sensi. Viene coltivata direttamente sul luogo attraverso la trasmissione delle tradizioni alla generazione successiva. In questo contesto, racconti, leggende, miti e favole — spesso collegati a luoghi concreti — rivestono un ruolo di primo piano. Già le società contadine conoscono la natura meno rispetto a quelle di cacciatori e raccoglitori. Noi uomini moderni abbiamo quasi del tutto perduto questo tipo di sapere. Rispetto a cacciatori e raccoglitori siamo quasi ciechi e sordi, abbiamo il naso otturato, un palato insensibile e un senso del tatto degenerato.”
[5] Paul J. Crutzen, Eugene F. Stoermer, The “Anthropocene”, in IGBP Newsletter, No. 41 – Maggio 2000
[6] Vedi fra l’altro: AAVV, Can nuclear weapons fallout mark the beginning of the Anthropocene Epoch? https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1177/0096340215581357?journalCode=rbul20
[7] Anthropocene Working Group, What is the Anthropocene? – current definition and status. (Traduzione mia) Vedi: http://quaternary.stratigraphy.org/working-groups/anthropocene/. Per avere una misura dell’impatto dell’attività umana sulla vita animale e vegetale sul pianeta, si consideri che dagli albori della civiltà, in base ad alcune recenti stime (vedi per es. Telmo Pievani, La terra dopo di noi), l’umanità avrebbe già causato l’estinzione dell’83% di tutti i mammiferi selvatici, del 15% dei pesci marini e del 50% delle piante spontanee. Fra gli animali presenti oggi sulla Terra, il pollame allevato dall’uomo rappresenta in termini di biomassa il 70% di tutti gli uccelli del pianeta. Fra i mammiferi oggi viventi sulla superficie terrestre, il 60% sono bovini o suini di allevamento per il consumo umano, mentre addirittura il 36% è costituito dall’uomo stesso e solamente il residuo 4% (!) da animali selvatici (vale a dire da animali la cui esistenza resta del tutto indipendente dall’attività umana). Ancora, il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale fondata nel 2003 e specializzata nell’analisi dell’impronta ecologica e della biocapacità, calcola il cosiddetto Overshoot Day: il giorno dell’anno in cui l’umanità esaurisce tutte le risorse naturali rinnovabili che la Terra è in grado di rigenerare in quello stesso anno. Più è anticipata la data, più alto è l’impatto ambientale medio per abitante. Da quel momento in poi, per così dire, viviamo “a credito” ecologico, consumando risorse quali suolo fertile, acqua, pesce e foreste più velocemente di quanto possano essere ripristinate, e riversando più anidride carbonica nell’atmosfera di quanta gli ecosistemi riescano ad assorbire. Anche se i criteri in base al quale viene calcolato l’Overshoot Day sono criticabili, discutibili e solo in parte empiricamente verificabili, esso conserva comunque un importante valore indicativo. Ora, secondo le stime del Global Footprint Network, a livello globale, l’Overshoot Day 2024 è stato il 1° agosto; nel 2004 era stato il 2 settembre, nel 1994 era stato il 1° ottobre, nel 1984 era stato il 17 novembre e nel 1974 era stato il 30 novembre. Esistono peraltro anche stime relative a singoli Paesi e determinate aree geografiche. Per quanto, di nuovo, si tratti di dati indicativi e non del tutto empiricamente verificabili, vale la pena menzionare che secondo il Global Footprint Network, nel 2024 l’Overshoot Day è stato, fra gli altri, l’11 febbraio per il Qatar; il 4 marzo per gli Emirati Arabi Uniti; il 14 marzo per gli USA; il 7 aprile per l’Austria; il 3 maggio per la Germania; il 19 maggio per l’Italia; il 20 maggio per la Spagna; il 20 luglio per la Romania; il 14 ottobre per Cuba; il 24 novembre per l’Indonesia e l’Ecuador. Questi dati forniscono peraltro anche un’idea della disparità dei consumi energetici a livello planetario. Sarebbe peraltro interessante calcolare una stima dell’Overshoot Day (non so se un simile studio sia mai stato fatto) relativamente, per esempio, alle nazioni indiane d’America (prima dell’invasione europea), alle popolazioni amazzoniche, agli aborigeni australiani o alle popolazioni autoctone africane (prima che venissero colonizzate dagli europei), ecc.: quali date ne deriverebbero?
[8] Per la bibbia (dapprima solo ebraica, poi anche cristiana) la Terra è stata creata e messa da dio a disposizione dell’uomo: essa è da lui possedibile, sfruttabile e manipolabile. Il messaggio biblico non potrebbe essere a riguardo più chiaro: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi, 1:26); “Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra e soggiogatela” (Genesi, 1:28). Fino a che tale pensiero viene sviluppato da un popolo semitico di ridotte capacità tecniche, di piccole dimensioni e politicamente insignificante, che nei suoi deliri religiosi si considera il popolo eletto di un dio trascendente – vale a dire slegato dalla Terra e da ogni ambiente naturale – le conseguenze sono tutto sommato di poco conto. Le cose cambiano quando tale pensiero trapassa in una nuova religione – che dell’ebraismo si considera sviluppo ed emanazione – la quale si contraddistingue fin da subito per il suo inaudito fanatismo e per le sue ambizioni, in quanto unica religione vera, di convertire l’intera umanità, divenendo dapprima la religione ufficiale di un impero esteso su più continenti, imponendosi quindi in tutta Europa durante i secoli medioevali e raggiungendo successivamente, a seguito della colonizzazione pressoché dell’intero pianeta da parte delle potenze europee, dimensioni di carattere globale. La svalutazione della natura da parte del cristianesimo non potrebbe essere più radicale, in quando la realtà vera e ultima sta in ogni caso al di là di questo mondo, ovvero nel “regno dei cieli”, a cui il mondo terreno è subordinato e rispetto al quale risulta del tutto svalutato – tanto che l’evangelista Giovanni arriva a dire: “Non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del padre non è in lui” (Giovanni, 2,15). Come sottolinea Umberto Galimberti, “l’Occidente e la sua storia sono l’esecuzione fedele di questo comando. Il cosmo diventa mondo da dominare, da assoggettare. Non appartiene a se stesso, ma a dio che lo ha evocato e all’uomo e a cui è stato affidato. (…) (Ciò) significa umanizzare il mondo, quindi smarrire il senso della sua cosmicità, per ridurlo a proprietà utilizzabile dall’uomo secondo i progetti della scienza o a mondo umano da costruire con procedure tecniche politicamente guidate”. Che l’atteggiamento predatorio e sfruttatorio dell’uomo nei confronti delle risorse naturali che ha portato all’odierna catastrofe ecologica globale si sia originariamente sviluppato nella cristianissima Europa non è probabilmente un caso.
[9] Martin Heidegger, in particolare (ma non solo) nel suo fondamentale saggio La questione della tecnica, ha elaborato i concetti di Bestand e Gestell per descrivere la modalità di pensiero e l’atteggiamento con cui l’uomo contemporaneo comprende il mondo e, di conseguenza, agisce su di esso. Il termine Bestand – traducibile come “giacenza”, “riserva” o “fondo” – indica il modo in cui, nell’epoca della tecnica moderna, il mondo e tutto ciò che contiene vengono considerati come mero materiale inerte, vale a dire come qualcosa da sfruttare, accumulare e manipolare. La realtà non si manifesta più, come accadeva in particolar modo nella prima tradizione speculativa greca (anteriormente a Platone), come physis, ossia come natura che si svela e che viene colta nella sua specifica autonomia – bensì come qualcosa da considerare in base alla sua funzionalità e disponibilità all’uso da parte dell’uomo. A sua volta, il termine Gestell – traducibile come “impianto”, “dispositivo” o “assetto” – designa la struttura epocale del pensiero entro cui il mondo appare come qualcosa di calcolabile, funzionale e disponibile (vale a dire, appunto, come un Bestand). Nelle parole del pensatore tedesco, in base a tale struttura di pensiero, “la natura si presenta come un concatenamento di forze calcolabili”, e ciò “può certamente consentire affermazioni corrette, ma proprio attraverso questi successi rimane il pericolo che in tutto ciò che è corretto la verità sfugga”. La tecnica moderna interpella cioè la natura come una mera riserva di energia e di materiali, esigendo da essa, per così dire, che si offra all’uomo in forma utilizzabile e manipolabile. Ora, secondo Heidegger, la tecnica moderna non nasce dal caso, bensì è l’esito necessario di una precisa evoluzione di un atteggiamento di fondo del pensiero occidentale che comincia con l’idealismo platonico e che – declinandosi in varie forme dalla Grecia classica fino ai nostri giorni – costituisce una costante del suo modo di concepire la realtà. Nel sistema filosofico di Platone, infatti, l’essere degli enti viene inteso in riferimento alle idee, ossia a supposte entità eterne, stabili, archetipiche, collocate nell’iperuranio, vale a dire in una dimensione metafisica separata dal mondo sensibile – così che il mondo empirico comincia a perdere il suo valore intrinseco per venire subordinato a un ordine superiore. Durante il medioevo, soprattutto con l’affermarsi della filosofia scolastica, questa concezione si irrigidisce ulteriormente: l’essere viene identificato con l’ente supremo, dio, e l’intero cosmo è visto come una gerarchia ordinata di fini e cause, in cui il terrestre è sempre subordinato al trascendente. La svolta decisiva si produce tuttavia con Cartesio, il quale divide la realtà in res cogitans (la mente, il soggetto pensante) e res extensa (la materia, l’oggettualità inerte), quest’ultima concepita come un oggetto interamente calcolabile, misurabile e manipolabile. A seguito della rivoluzione scientifica, la natura non viene quindi definitivamente più intesa come qualcosa da contemplare, vale a dire da comprendere in quanto tale, bensì come un sistema meccanico da soggiogare per fini pratici. Si pensi soprattutto a Bacone, secondo cui la natura deve essere “resa schiava”, “costretta a servire” e “messa in ceppi” allo scopo di estorcerle i suoi segreti e di portare così l’uomo – tramite la conoscenza scientifica – a dominarla (si peraltro noti che per Bacone, fervente credente, l’uomo compiva in tal modo una missione affidatagli da dio, “collaborando” in tal modo con lui nel portare a compimento la creazione). Il pensiero occidentale, fin dai suoi inizi, ha insomma progressivamente preparato il terreno per l’epoca della tecnica moderna, vale a dire un’epoca in cui il mondo stesso può disvelarsi solo come qualcosa di oggettivabile, matematizzabile e calcolabile – e quindi di utilizzabile e sfruttabile.
[10] Max Weber, nei suoi scritti sulla sociologia delle religioni, si chiede come mai il capitalismo non fosse per esempio già nato nella Cina della dinastia Song, in cui erano presenti tutte le condizioni per uno sviluppo in tale direzione (governo stabile, lungo periodo di pace sociale, leggi favorevoli, tecnologia avanzata, rete di trasporti sviluppata e soprattutto un livello più che sufficiente di ricchezza accumulata disponibile per essere investita). La risposta data dal sociologo tedesco è tanto semplice quanto disarmante: alla civiltà cinese del periodo confuciano la crescita economica non interessava affatto – e di investire una certa quantità di ricchezza per il mero fino di generare ulteriore ricchezza non venne semplicemente in mente a nessuno.
[11] Karl Polanyi ha parlato a questo riguardo della grande trasformazione, vale a dire di un processo storico avvenuto nel corso del XIX secolo, in seguito al quale — con l’avvento del moderno capitalismo industriale e l’affermarsi del sistema di domanda e offerta regolato dal mercato — l’economia ha cessato di essere integrata (embedded) nel tessuto sociale, istituzionale e simbolico, cioè subordinata a norme morali, religiose e comunitarie, per diventare un sistema autonomo, regolato da leggi proprie e separato dagli altri ambiti della vita collettiva. In particolare, trasformando il lavoro, la terra e il denaro in merci — cosa che nessun’altra civiltà aveva mai fatto nella storia — la logica del mercato ha finito per sottomettere a sé, spesso in modo violento, l’intero ordine sociale. Secondo l’economista ungherese, “una vera critica alla società di mercato non parte dal presupposto che essa sia fondata sull’economia – in un certo senso, lo sono tutte le società – ma che la sua economia sia fondata sul perseguimento dell’interesse personale. Un’organizzazione della vita economica di questo tipo è del tutto innaturale, nello stretto senso empirico di eccezionale. I pensatori del XIX secolo hanno dato per scontato che, nella sua attività economica, l’uomo miri al conseguimento del profitto (…) e che tenda a conformarsi a ciò che essi hanno definito come razionalità economica, mentre ogni comportamento contrario è stato da loro interpretato come dovuto a interferenze esterne. Ne deriva l’assioma che i mercati siano istituzioni naturali, destinate a sorgere spontaneamente qualora non vengano posti ostacoli al libero corso delle cose. La società umana fondata su tali mercati appare loro come la meta definitiva del progresso. (…) In realtà, come oggi sappiamo, il comportamento umano, tanto nello stato primitivo quanto lungo l’intero corso della storia, è stato semmai l’opposto. (…) La tendenza a barattare, scambiare e contrattare, su cui Adam Smith si appoggiava con tanta sicurezza per delineare la sua immagine dell’uomo primitivo, non è affatto una tendenza comune dell’essere umano nelle sue attività economiche. Al contrario [come la moderna antropologia dimostra] è tendenza del tutto rara”. (Karl Polanyi, The Great Transformation, traduzione mia).
[12] In Austria è diventato celebre lo slogan “Geht’s der Wirtschaft gut, geht’s uns allen gut” (“Se l’economia sta bene, allora stiamo bene tutti”) coniato nel 2005 dalla Wirtschaftkammer Österreich (Camera di commercio austriaca) e successivamente ripreso dalla ÖVP (Partito popolare austriaco) quasi come un mantra nel corso di più campagne elettorali. Secondo Reinhold Mitterlehner, portavoce economico dell’ÖVP nel 2007: “Non esiste alcun paese in cui le persone stiano bene se l’economia non funziona”. Ciò può anche essere vero, ma occorre tuttavia precisare che lo è, eventualmente, solamente in un paese a economia capitalistica. Esistono di fatto innumerevoli esempi di civiltà tradizionali in cui le persone hanno vissuto benissimo anche se, da un punto di vista del pensiero capitalistico, l’economia “non funzionava” affatto, così come innumerevoli esempi di paesi a economia capitalistica in cui l’economia, di per sé, funziona benissimo, eppure una grandissima parte della popolazione “sta male”.
[13] Slavoj Zizek ha perfettamente smascherato l’illusione di poter riformare il sistema capitalistico senza intaccarne i fondamenti in Vivere alla fine dei tempi. Secondo l’autore sloveno, i ripetuti fallimenti delle politiche ambientali a livello globale non sono colpa di carenze tecniche o di mancanza di serietà politica, ma l’inevitabile esito di priorità sistemiche che continuano a privilegiare le esigenze dell’economia sulla stessa sopravvivenza del genere umano. Al contempo, L’ideologia della green economy non è altro che una fantasia che ci permette di mantenere intatto il sistema capitalista, mentre fingiamo — o ci illudiamo (anche in buona fede) — di preoccuparci dell’ambiente. Di fatto (Zizek cita qui Frederic Jameson), “è più facile immaginare la fine di tutta la vita sulla Terra che la fine del capitalismo”.
[14] “Ultimamente sentiamo sempre più voci che ci ingiungono a essere ottimisti riguardo al riscaldamento globale. Le predizioni pessimiste, ci dicono, devono essere viste in un contesto più equilibrato. È vero che il cambiamento climatico porterà a maggiore concorrenza per le risorse naturali, inondazioni delle coste, danni alle infrastrutture (…), pressioni sulle specie animali e sulle culture indigene, il tutto accompagnato da violenza etnica, disordine civile, e potere alle gang locali. Ma dobbiamo anche tenere a mente che i tesori di un nuovo continente fin qui nascosti saranno portati alla luce, le sue risorse diventeranno più accessibili e la sua terra più adatta a insediamenti umani. (…) Navi da carico saranno in grado di prendere una via diretta verso l’Artico, diminuendo il consumo di carburante e riducendo così le emissioni. Le grandi imprese e i poteri dello stato stanno già cercando nuove opportunità economiche per un ulteriore sfruttamento della natura aperto dal cambiamento climatico. (…) Nel luglio 2008 la CNN trasmise più volte un servizio intitolato The Greening of Greenland, che celebrava le nuove opportunità create dallo scioglimento dei ghiacci agli abitanti della Groenlandia: già possono coltivare verdure sulla terra aperta, e così via. L’oscenità di questo servizio non sta solo nel fatto che si concentra su un beneficio minore di una grave catastrofe, ma anche nel fatto che, aggiungendo la beffa al danno, gioca sul doppio significato di “green” nel discorso pubblico (“vegetazione” e “preoccupazioni ecologiche”) e associa il fatto che sia possibile coltivare più verdure in Groenlandia a causa del riscaldamento globale con un aumento della consapevolezza ecologica”. Slavoj Zizek, Vivere alla fine dei tempi.
[15] “Fenomeni come il riscaldamento globale ci rendono coscienti che, con tutta l’universalità della nostra attività teorica e pratica, (…) siamo solo un’altra specie vivente sul pianeta Terra. La nostra sopravvivenza dipende da certi parametri naturali che diamo automaticamente per scontati. (…). Gli umani possono “fare ciò che vogliono” solo nella misura in cui rimangono sufficientemente marginali da non perturbare seriamente le precondizioni naturali.”; “La vecchia battuta di Frederic Jameson vale oggi più che mai: è più facile immaginare una catastrofe totale che ponga fine a tutta la vita sulla terra che immaginare un cambiamento reale nelle relazioni capitaliste – come se, anche dopo un cataclisma globale, il capitalismo in qualche modo potesse continuare”. Slavoj Zizek,ibidem.
