Nostalgia degli anni ottanta? No grazie

Nostalgia degli anni ottanta? No grazie

Ho recentemente avuto un interessante discussione con alcuni miei coetanei riguardo agli anni ottanta del secolo scorso – vale a dire del periodo in cui sia io sia loro siamo stati “teenager”: come lo abbiamo vissuto, a come lo ricordiamo, come lo giudichiamo. La maggior parte di essi ha dichiarato tutta la propria nostalgia per i meravigliosi anni della propria gioventù, menzionando in particolare: le discoteche, la movida, la vita notturna, le prime serie televisive, MTV, i primi successi pop internazionali, i primi videogiochi, i primi computer, le audio- e videocassette, l’ottimismo tecnologico, l’inizio della mobilità privata a livello di massa (vale a dire: il fatto che avessero un motorino o la loro prima automobile), le prime palestre, l’inizio del fitness e della cultura del corpo, l’abbigliamento eccentrico, le acconciature stravaganti, ecc. (vale a dire una serie di fenomeni di costume, moda e stile di vita). Pochi hanno incidentalmente menzionato il fatto che negli anni ottanta, molto semplicemente, indipendentemente dalla (supposta) valenza positiva di tali fenomeni, erano giovani. Nessuno ha menzionato altri aspetti degli anni ottanta per i quali non credo che nessuno provi nostalgia, quali la massiccia diffusione delle droghe pesanti, l’AIDS, la crescita delle disuguaglianze economiche, le prime gravi catastrofi ambientali…. nonché altri aspetti (a mio avviso disastrosi, ma suppongo che altre persone li considerino positivi) quali l’avanzata mondiale del capitalismo neoliberale, l’inizio della globalizzazione, il consumismo di massa, l’edonismo, lo yuppismo e l’affermazione della cultura dell’individualismo.

Naturalmente è più che comprensibile che si provi nostalgia verso gli anni in cui si è stati giovani… in cui si è magari lasciata la casa dei genitori e si è cominciata la propria vita, in cui si sono fatti i primi viaggi, in cui sono sorte le prime amicizie, in cui si sono provate le prime esperienze sessuali e via così. Ma proprio il fatto che fra gli aspetti più “rimpianti” da parte di chi è stato giovane in quegli anni (si noti in ogni caso che ho parlato con persone tutte appartenenti a un determinato ceto sociale, relativamente benestanti e privilegiate… oltre a ciò sto ovviamente parlando degli anni ottanta in Europa occidentale: quanto scrivo qui non vale ovviamente per l’Europa orientale e ancora meno per numerose altre parti del mondo) vengano menzionati quasi esclusivamente fenomeni legati alla dimensione privata, personale ed edonistica della vita è, appunto, particolarmente emblematico ed eloquente riguardo a quegli anni. La mia visione è probabilmente idealizzata e semplicistica, ma credo che numerose persone appartenenti alla generazione dei nostri nonni, chissà, avrebbe menzionato il fatto di essere stato giovane in un’epoca dominata da grandi ideali, per i quali valeva la pena impegnarsi ed eventualmente combattere (personalmente ho avuto un nonno comunista e partigiano; l’altro nonno fascista. Non giudico qui il merito dei loro ideali politici, ma desidero sottolineare il fatto che entrambi credessero in un forte ideale politico), mentre diverse persone appartenenti alla generazione dei nostri padri avrebbe forse menzionato il fatto di essere stata giovane in un’epoca in cui si credeva ancora possibile (per quanto in maniera radicalmente diversa da quella dei propri padri) cambiare il mondo, ecc.

Con gli anni ottanta tutto questo finisce. Essi rappresentano una cesura storica. La dimensione pubblica viene svalutata e delegittimata; quella privata enfatizzata ed esaltata. Gli anni ottanta sono gli anni dello yuppismo, vale a dire dell’affermazione di un modello fondato sull’individualismo, sulla carriera e sul successo veloci, nonché sull’esibizione del benessere materiale come misura del proprio valore sociale. Gli anni ottanta sono gli anni del riflusso: la fine dell’impegno politico e l’affermazione di una cultura di massa incentrata solamente sul privato. Gli anni ottanta sono gli anni dell’edonismo: quel che importa è ora godersi la vita, divertirsi ed essere spensierati! Chi se ne importa più dei grandi ideali e di cambiare il mondo!

In Italia gli anni ottanta sono stati gli anni dei paninari (per chi non lo ricordasse o fosse troppo giovane, quello dei “paninari” è stato un fenomeno culturale giovanile degli anni ottanta del secolo scorso, tipicamente milanese, caratterizzato dal consumo disinibito, dall’ostentazione della propria capacità di spesa, dall’indossare determinati costosi abiti firmati, dall’andare da McDonald’s, che all’epoca era una novità in Italia, dall’ascoltare certa musica pop dai testi particolarmente disimpegnati, dal frequentare discoteche alla moda e così via); sono stati i primi anni della televisione-spazzatura (fra cui erano particolarmente emblematici programmi di varietà leggero, frivolo e totalmente disimpegnato quali Drive in o Premiatissima, o ancora format esplicitamente costruiti attorno a consumo, vetrine commerciali e pubblicità integrata, quali Ok il prezzo è giusto o La Ruota della Fortuna); sono stati gli anni dei film della comicità demenziale, puerile e scurrile di Pierino e di quella basata su equivoci, battute veloci e stereotipi grossolani dei cosiddetti cinepanettoni (una vera e propria celebrazione dello yuppismo e dell’edonismo); sono stati gli anni in cui a incarnare il nuovo modello di successo professionale e personale era la figura del pubblicitario, vale a dire una figura capace di riassumere in sé gli universi simbolici del consumismo, dell’individualismo, del materialismo, della società dell’immagine e della centralità del mercato come orizzonte di riferimento sociale. Mi fermo qui.

Si è trattato insomma di un decennio di transizione radicale, in cui si sono ridefiniti i rapporti tra individuo e società, tra pubblico e privato, tra consumo e identità (tutti elementi che sarebbero stati esasperati negli anni successivi), con effetti di lungo periodo tutt’altro che positivi. Personalmente, a parte il mero fatto di essere stato giovane, vedo negli anni ottanta davvero poco da rimpiangere.