Come ho già affermato altrove, scrivo fondamentalmente per riuscire a sopportare il mondo. Vale a dire, scrivere mi è indispensabile per esorcizzare persone, cose e situazioni che mi risulterebbero altrimenti insopportabili.
Ora, recentemente ho avuto un leggero raffreddore: un banalissimo raffreddore con naso chiuso e una leggera raucedine, di quelli che passano in due o tre giorni. Sai che notizia. Una conoscente incontrata per caso, vedendomi raffreddato, ha cominciato a bombardarmi di domande del tipo “ma prendi qualcosa?”, “ma hai fatto delle inalazioni?”, “ma hai provato questo?”, “ma hai provato quello?”, “ma perché non provi così?”, “ma perché non provi cosà?”, e via così – e dopo che ho risposto “no” a tutte le sue domande, se ne è uscita con “ah, allora ti devo proprio dare questo… che fortuna che ce l’ho con me…”, e ha tirato fuori dalla sua borsa una confezione di pastiglie di un qualche preparato vegetale (a base di rosa canina, se ben ricordo), insistendo perché ne prendessi una subito e andassi poi in farmacia a comprarne delle altre… “ma se vuoi te ne lascio un paio, eh?”. Io continuavo a dire di no, con calma, spiegando che non mi serviva niente, ma lei sembrava non sentirmi: ogni rifiuto diventava un motivo in più per insistere, tanto che è arrivata a mettermi la confezione letteralmente sotto il naso, come se il problema fosse soltanto che non l’avessi ancora vista bene: “prendi, ti dico… poi altrimenti non ti lamentare!”. Ma chi diavolo si era tuttavia mai lamentato?
Mi chiedo: perché esistono persone mosse dal bisogno compulsivo di elargire consigli e suggerimenti non richiesti, di fare favori non sollecitati e in generale di occuparsi in maniera spesso inopportuna e fuori luogo delle faccende altrui? Perché esistono persone che, nel corso di un’innocua chiacchierata, non appena l’interlocutore ha menzionato un qualsiasi problema, ma a volte nemmeno tale, anche solo una circostanza non completamente soddisfacente della propria vita, sentono scattare in sé un impellente riflesso di intervento? Perché esistono persone che incalzano l’altra persona con domande, come sopra, quali “ma perché non fai questo? Ma perché non fai quello? Ma hai provato così e cosà?”, il che di norma non soltanto non è di alcun aiuto al loro interlocutore (ammesso, anzitutto, che abbia bisogno di aiuto), ma lo costringe a fornire spiegazioni del perché, appunto, non fa questo, non fa quello e non prova così e cosà? Perché esistono persone che, come sopra, incalzano il proprio interlocutore a fare una certa cosa, presumendo evidentemente di sapere meglio del diretto interessato ciò che è meglio per lui, e che talora prendono perfino l’iniziativa di assumere iniziative per suo conto (senza prima avere chiesto il suo parere), talora mettendolo peraltro in situazioni imbarazzanti?
In psicologia, questo comportamento è spesso inquadrabile nel complesso del salvatore: chi ne è affetto prova il bisogno compulsivo di “salvare” gli altri, anche quando ciò non è richiesto né soprattutto c’è qualcuno o qualcosa che debba essere salvato. Di fatto, queste persone proiettano in realtà sugli altri il proprio bisogno di accettazione e approvazione: offrire soluzioni serve a farle sentire utili, superiori o indispensabili. In secondo luogo vi è chi è affetto da pseudo-altruismo compulsivo, vale a dire chi non agisce per empatia o reale interesse verso gli altri, bensì per sedare una propria ansia interna. Vedere un (reale o presunto) problema altrui mette tali persone in uno stato di inquietudine e agitazione che riescono a placare solo intervenendo in prima persona, ignorando tuttavia i confini e lo spazio vitale altrui. Per molti altri, più banalmente, si tratta infine di una mera abitudine comportamentale: ci sono cioè persone che sono state educate fin dall’infanzia a considerare doveroso mostrare interesse attivo verso gli altri quale forma di cortesia e di “buona educazione”, in quanto è stato loro esplicitamente o implicitamente insegnato che il semplice ascolto può apparire come indifferenza.
In tutti questi casi si tratta di comportamenti coattivi e irriflessi, che, per quanto non animati da cattive intenzioni, creano spesso situazioni imbarazzanti e fastidiose. Il petulante soffre di una bizzarra miopia relazionale “a senso unico”: è incapace di ascoltare, è incapace di cogliere i segnali che l’altro gli invia, è incapace di porsi realmente in relazione; agisce convinto di poter contribuire a risolvere i problemi e soddisfare i bisogni degli altri, mentre in realtà agisce solamente per calmare la propria ansia, soddisfare i propri bisogni psicologici inconsci o adempiere a ruoli sociali che crede di dover adempiere.
