Il complesso di Gesù

Il complesso di Gesù

Io sono il signore e non v’è alcun altro
(Isaia, 45:5)

La domanda senza risposta

Da Freud a oggi sono state scritte biblioteche intere in merito al complesso di Edipo. Un po’ meno si è scritto su altri complessi i cui nomi sono ugualmente ispirati alla mitologia classica: quelli di Elettra, di Giocasta, di Medea, di Narciso, di Telemaco (recentemente formulato da Massimo Recalcati), ecc. Nessuna parola, per quanto mi è noto, è stata invece spesa per interpretare quale rappresentazione di una specifica configurazione archetipica del rapporto padre-figlio una narrazione che, più di qualsiasi altra, ruota per il suo protagonista in maniera assoluta attorno alla propria filialità: quella di Gesù di Nazareth. Forse ciò è dovuto al fatto che essa è afferente a tutt’altra area culturale rispetto a quella della classicità greca nonché forse (e soprattutto) al fatto che, rispetto ai miti sopra menzionati, essa appare assolutamente a-problematica e priva di qualsivoglia conflittualità: fra padre e figlio, nella narrazione evangelica, non c’è infatti mai il minimo contrasto o la minima frizione. Ciò vale sia per il rapporto fra Gesù e il suo padre terreno, Giuseppe, sia per quello fra Gesù e il padre celeste. In entrambi i casi colpisce come tali rapporti appaiano fin dall’inizio del tutto statici, privi di qualsiasi storia e di qualsiasi sviluppo, mai messi in discussione nella loro immodificabile configurazione, nonché soprattutto privi di qualsiasi aspetto emotivo. Di seguito parlerò del rapporto fra Gesù e il padre celeste.

Nel nuovo testamento si dice 42 volte che Gesù è figlio di dio, e lo stesso Gesù dichiara innumerevoli altre volte di eseguire la volontà del padre – e non la propria volontà. Di fatto, egli non sembra affatto avere una volontà propria, distinta da quella del padre. Soltanto una frase, al termine ultimo della sua vicenda terrena (pur non costituendo in alcun caso un conflitto o un atto di ribellione), sembra stonare e risultare poco comprensibile rispetto a quanto fino ad allora da lui dichiarato e al comportamento da lui adottato. Oltre a ciò, si tratta dell’unica domanda che Gesù pone al padre durante la sua intera esistenza. Si tratta del celebre detto “dio mio, dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27:46, Marco 15:34). Perché Gesù pone al padre questa domanda?

Caratteristiche del dio ebraico

Talmente trascendente e oltremondano da non potere nemmeno essere propriamente nominato con parole terrene, il dio ebraico è l’unico ente nell’intero universo che dica di sé “io sono colui che sono” (Esodo, 3:14).  Egli è l’unica prima persona del cosmo intero, e come tale non riconosce altre “prime persone” (Isaia 45:5: “Io sono il Signore e non v’è alcun altro”). Egli ha inoltre creato il mondo e gli uomini ex nihilo, tuttavia solo ed esclusivamente per la propria gloria – e non perché riconosca a essi alcun valore o alcuna dignità in sé (Isaia 45:9: “Può forse un vaso di argilla mettersi a discutere con il vasaio che lo ha plasmato? Può forse permettersi la creta di dire al vasaio: che fai?”). Il dio ebraico si dichiara inoltre geloso, permaloso, rancoroso e vendicativo oltre ogni misura verso chi non riconosca la sua sovranità (Naum, 1:2: “Un dio geloso e vendicatore è il signore, vendicatore è il signore, pieno di sdegno. Il signore si vendica degli avversari e serba rancore verso i nemici”). Vani, insensati e oltretutto tremendamente puniti sono i tentativi dell’uomo di comprendere o anche solo di avvicinarsi alla sua inarrivabile numinosità e di elevarsi al suo livello di conoscenza (ne sanno qualcosa Adamo ed Eva)[1].

Ciò che mi preme qui sottolineare e che è un tale dio padre, cioè colui che può parlare di sé soltanto in prima persona, descrivendosi come “io sono colui che sono” e come “unico signore, oltre il quale non c’è nessun altro”, non può per sua natura essere capace di riconoscere l’autonomia e la dignità di qualsiasi altro ente – tanto meno del proprio figlio prediletto, il quale, ancora più di qualsiasi altro ente, è direttamente una “sua creatura” nel quale “si è compiaciuto” (Matteo, 3:17; Marco 1:11, Luca 3:22). Dichiarando di essere l’unico “io sono colui che sono” dell’intero universo, egli non può insomma riconoscere alcuna alterità tout court. Il dio ebraico è dunque sì un dio creatore – le cui creature sono tuttavia, fuor di metafora, sua unica e assoluta proprietà. Esse sono tali non solamente nel senso di suo possesso ma anche e soprattutto nel senso di sua qualità ed emanazione. Nelle sue creature egli a massimo “si compiace”, vale a dire le osserva e si dichiara soddisfatto di ciò che ha fatto – ove il riferimento ultimo è appunto sempre e solamente a se stesso.

“Io è un altro” come formula opposta a “io sono colui che sono”

Lasciamo temporaneamente il mondo del dio biblico e rivolgiamoci al nostro mondo terreno – vale a dire a quel mondo dove nessuno si fa da sé e dove nessuno può dire “io sono colui che sono“. Nessuno di noi viene al mondo già dotato di una propria identità, personalità e caratteristiche psicologiche, ma sviluppa tali qualità principalmente attraverso le relazioni che intrattiene nel corso della propria età evolutiva anzitutto con i propri genitori (nei confronti dei quali si trova in una posizione di assoluta passività, inermità e subalternità) e la propria famiglia di origine, e quindi sotto l’influsso del contesto sociale, culturale e storico in cui si ritrova a vivere. La nostra condizione di etero-determinazione originaria è perfettamente espressa da Jacques Lacan con il celebre motto “Io è un altro” (Je est un autre[2]) – vale a dire l’esatto contrario di “io sono colui che sono”. Come ripete spesso Massimo Recalcati, la nostra unica libertà come esseri umani consiste del resto nel “fare qualcosa con quello che altri hanno fatto di noi”.

C’è padre e padre

È evidente come l’attuazione di questa libertà, vale a dire il “fare qualcosa con quello che altri hanno fatto di noi”, possa essere favorita piuttosto che inibita dai diversi stili genitoriali. Sempre secondo Massimo Recalcati, lo stile genitoriale fra tutti più desiderabile è quello in cui il padre sappia da un lato trasmettere al figlio, tramite il proprio coerente esempio vivente, la propria “eredità simbolica”[3], mentre dall’altro lato sappia anche riconoscere la legittimità del suo distinto desiderio, che pur sviluppandosi sulla base dell’eredità simbolica ricevuta si evolve poi in direzioni e secondo forme del tutto autonome. In sintesi, il padre deve sapere rispettare l’alterità del figlio rispetto a sé. L’amore per il figlio, così come del resto per qualsiasi altra persona, deve essere anzitutto amore della sua diversità[4]. Che merito c’è ad amare e rispettare solamente chi vive, pensa e sente come noi? Che merito c’è ad amare e rispettare solamente chi è uguale a noi?

Dalla tipologia sopra descritta del padre che riconosce l’alterità del figlio e non soltanto ammette ma perfino desidera che questi si sviluppi in maniera autonoma e distinta da sé, si va all’estremo opposto della paternità che nega (o che addirittura non giunge nemmeno a essere in grado di concepire) tale riconoscimento e tale autonomia. Nel capitolo IV di Totem e tabù, Sigmund Freud ipotizza che l’organizzazione delle primigenie società umane ruotasse attorno alla figura di un singolo maschio alpha, una sorta di Ur-Vater sovrano assoluto e dispotico della propria orda, padrone di un harem di femmine e pronto a ogni violenza per difendere la sua posizione contro quei propri figli che non si sottomettessero alla sua totale autorità. Per quanto i riferimenti storici e antropologici portati da Freud a sostegno delle proprie tesi siano stati fin da subito criticati e largamente smentiti, ciò che egli descrive è l’archetipo (in quanto tale affatto reale) del padre incapace di riconoscere l’alterità delle proprie creature rispetto a sé e di ammettere il loro diritto a un propria autonoma esistenza e a un proprio distinto desiderio – vale a dire l’archetipo del padre-padrone, unico e indiscusso signore, oltre a cui non c’è nessun altro[5].

Due sono i casi estremi: uno è che il padre neghi esplicitamente il diritto all’esistenza ai propri figli perché ha paura che prima lo tolgano “dal centro della scena” (rivalità nei confronti dei figli per ottenere l’attenzione della madre, nonché degli altri componenti della famiglia) e che quindi lo scalzino dalla propria posizione di potere (ciò che accade nel mito di Laio e di Edipo); l’altro è che, immerso nel proprio totale e assoluto egocentrismo, non sia nemmeno in grado di giungere a “percepirli” quali persone autonome, degne e dotate di un proprio diritto a essere al mondo. Dei due, il secondo è forse ancora più penoso, frustrante e umiliante del primo: il padre egocentrico nemmeno si accorge della loro esistenza[6].

Gesù vive e si immola nel nome del padre

Ho spiegato sopra come il dio ebraico sia un ente assolutamente auto-referenziale e che, “unico signore, oltre il quale non c’è nessun altro”, sia l’unico ente nell’universo che dica di sé “io sono colui che sono” – e che sia quindi assolutamente incapace di riconoscere alcuna alterità rispetto a sé. Ora, cosa altro rappresenta il dio ebraico se non la deificazione, vale a dire la proiezione su una (presunta) entità divina, dell’archetipo del padre egocentrico e autoreferenziale per il quale il figlio è una sua mera emanazione e con il quale l’unico possibile rapporto costituisce nel dominarlo (letteralmente: nell’esserne signore) e nel castrarlo? La religione ebraica esige del resto dai suoi aderenti di sesso maschile la mutilazione del pene tramite la circoncisione, vale a dire un’operazione di castrazione nemmeno affatto simbolica – ma tout court fisica!

La religione ebraica (nonché quella cristiana, nella misura in cui ne deriva) non fa così altro che razionalizzare, in forma sublimata, il mancato riconoscimento del figlio da parte del padre quale persona autonoma, degna titolare di un proprio diritto esistenziale e portatrice di un proprio desiderio – dove per razionalizzazione intendo la tecnica psichica difensiva di produzione di una distorsione cognitiva della realtà tramite la negazione e la rimozione di sentimenti, idee e comportamenti percepiti dal soggetto come eccessivamente dolorosi e angosciosi (in particolare in relazione a ingiustizie, prevaricazioni e torti subiti) e la loro sostituzione con sentimenti, idee e comportamenti che possano “falsamente” giustificare e rendere accettabile tale realtà.

In tutta la sua carriera terrena Gesù non fa altro che “fare la volontà” del padre – e non perde mai occasione di dichiararlo (Giovanni 6:38-40: “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. Giovanni 8:28-29: “Io non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il padre, così io parlo. Le cose che piacciono a lui, io le faccio sempre”). Gesù assume in toto e a priori il desiderio del Padre. In effetti, non si può nemmeno dire che rinunci al proprio desiderio autonomo, in quanto non arriva nemmeno a svilupparlo. Un padre narcisista, egocentrico e totalmente auto-referenziale non potrebbe desiderare un figlio “migliore” di Gesù. Di fatto, in lui il dio ebraico si può perfettamente compiacere.

Gesù è l’esatto contrario di Edipo. Il principe di Corinto sviluppa infatti un proprio desiderio, il quale è tuttavia a tal punto ostacolato e non riconosciuto dal padre che questi gli sbarra, letteralmente, ogni possibile strada fino a non lasciargli altra scelta che soccombere ovvero, se vuole affermare il diritto autonomo alla propria esistenza e al proprio desiderio, effettuare il parricidio. Gesù, a differenza di Edipo, non deve (né può) affatto soccombere. Non ne ha bisogno: l’assunzione del desiderio paterno è in lui talmente compiuta e perfetta che non giunge mai a sviluppare un desiderio autonomo e distinto da quello del genitore. Nella sua vicenda non si dà pertanto alcuna conflittualità, alcuna frizione e soprattutto alcun rapportodi carattere emotivo (non ce n’è bisogno) con il padre, di cui egli è (ed è ben contento di essere) mera proprietà ed emanazione (Giovanni, 10:30: “Io e il padre siamo una cosa sola”).

Al momento dell’immolazione finale (anche questa, ovviamente, affinché “sia fatta la volontà del padre”) deve tuttavia necessariamente avere luogo una separazione: a morire è infatti solamente il figlio, mentre il padre persiste nella sua immobile e perfetta esistenza autoreferenziale. Per la prima volta ha luogo un evento che interrompe la loro simbiosi (o meglio, la biosi del padre nel figlio) e che separa necessariamente l’uno dall’altro. In questo modo si spiegano pronunciate da Gesù sulla croce: “dio mio, dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Per la prima volta i loro destini non vengono infatti a coincidere, e per la prima volta Gesù – figura archetipica del figlio totalmente succube del padre – sperimenta il terribile e sconvolgente fatto di essere lasciato a un proprio destino separato, e di ciò non riesce evidentemente a farsi una ragione.


[1] Si potrebbe discutere se Adamo e Eva vengano puniti da dio per avere dimostrato hybris, vale a dire per avere inteso superare i loro limiti naturali, oppure per il fatto di avere sfidato di per sé la proibizione divina. In altre parole, perché dio nega loro l’accesso all’albero della conoscenza?  Perché essa non pertiene alla loro natura (perché sta al di là del loro métron) oppure perché, geloso ed egoista qual è, dio non vuole compartirla con altri? In qualsiasi caso, resta il fatto che l’ebraismo (e il cristianesimo, nella misura in cui ne deriva) sono religioni nemiche della conoscenza per vero e proprio comandamento divino.

[2] Jacques Lacan riprende tale motto da Arthur Rimbaud, che lo usa in una lettera scritta all’amico Paul Demeny il 15 maggio 1871.

[3] “La psicoanalisi insegna che l’eredità che più conta non è fatta tanto di beni, di geni, di rendite o di patrimoni. Essa concerne le parole, i gesti, gli atti e la memoria di chi ci ha preceduti. Riguarda il modo in cui quello che abbiamo ricevuto viene interiorizzato e trasformato dal soggetto. Nell’ereditare non si tratta dunque di un movimento semplicemente acquisitivo, passivo, come quello di ricevere una donazione. I nostri figli ereditano ciò che hanno respirato nelle loro famiglie e nel mondo e che hanno fatto proprio. (…) Quello che conta nell’eredità è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. È il modo con il quale i nostri padri hanno saputo vivere su questa terra provando a dare un senso alla loro esistenza; è il modo con il quale i nostri padri hanno dato testimonianza del loro desiderio, ovvero che si può vivere con slancio, con soddisfazione, dando senso alla nostra presenza nel mondo. (…) In questo senso il giusto erede è colui che può ricevere qualcosa dai suoi padri proprio perché non si limita a riprodurlo passivamente. (…)  In un processo positivo di filiazione non è forse sempre in gioco l’eredità come eresia, come una deviazione creativa del solco tracciato da chi ci ha preceduto?”. Massimo Recalcati, Quel che conta nell’eredità è la trasmissione del desiderio, in La Repubblica del 13 settembre 2013

[4] “L’amore è un gesto di disarmo. Esso ci impone sempre di parlare la lingua dell’altro, di imparare un’altra lingua, una lingua differente dalla nostra. L’amore non è mai amore per l’eguale ma per il prossimo in quanto figura dell’alterità. Amo mio figlio non perché mi rassomiglia, ma perché è vita differente, difforme dalla mia. Quando dichiaro l’amore a qualcuno, quando dico “ti amo”, dichiaro di amare nell’altro proprio quello che non so capire, che mi sfugge”. Massimo Recalcati, intervista ad Avvenire del 14 febbraio 2019

[5] Ben prima di Freud, tale stile di paternità “cannibalico” era stato descritto da Esiodo con il mito di Urano, che impedisce tout court ai figli da lui generati di uscire dal ventre materno di Gea, e con quello di Saturno, che divora sistematicamente i propri figli non appena sono venuti al mondo (solamente Zeus riuscirà a sfuggire a questo destino).

[6] Fra le più celebri vittime di un tale tipo di padre totalmente egocentrico e autoreferenziale è particolarmente paradigmatico il caso di Franz Kafka – quasi “figura archetipica” di figlio assolutamente non riconosciuto, calpestato e umiliato nella propria alterità e dignità esistenziale dal proprio genitore. L’intera opera di Kafka è una fredda e al contempo struggente testimonianza di tale dolorosa condizione.