Homo economicus e no

Homo economicus e no

§ Adam Smithè uno degli “idoli intoccabili” dei sostenitori del liberismo economico, da cui viene celebrato come primo, grande teorico del libero mercato, della “mano invisibile”[1] e del non-interventismo pubblico nell’economia: lo abbiamo sentito dire tutti fino alla nausea, lo abbiamo letto su innumerevoli manuali, libri, articoli, ecc. Se ci si prende la briga di leggere per davvero la sua opera capitale La Ricchezza delle Nazioni, cosa che la maggior parte di chi lo indica come l’apostolo del libero mercato non ha probabilmente mai fatto, ci si accorge tuttavia che non è affatto così. Per Smith, di fatto, la ricchezza deriva direttamente dalla produttività del lavoro umano – e non dalla quantità di oro e argento accumulata nelle casse dello Stato o dalla produttività della terra (come sostenevano gli economisti a lui contemporanei, rispettivamente secondo la scuola mercantilista e la scuola fisiocratica). L’unico modo per aumentare la ricchezza generale delle nazioni, pertanto, è incrementare l’efficienza e la resa di quest’ultimo.

§ Smith si chiede pertanto come sia possibile realizzare tale incremento. Le sue risposte consistono in primo luogo nella suddivisione e nella specializzazione delle operazioni produttive, nonché, in secondo luogo, nello scambio sul mercato delle prestazioni lavorative e dei prodotti del lavoro stesso tramite iniziativa privata. Ne consegue che la parcellizzazione del lavoro, la libertà di scambio e l’iniziativa privata non sono affatto valori in sé, bensì solamente le condizioni strutturali indispensabili a favorire il rendimento del lavoro – e quindi, di nuovo, dell’aumento della ricchezza generale. In questa prospettiva, ogni restrizione al mercato e alla libertà economica, più che un limite all’iniziativa individuale, è un ostacolo che frustra la crescita dell’efficienza produttiva – e il conseguente sviluppo del benessere generale. Di fatto, Smith sostiene chiaro e tondo che qualora non corrisponda al perseguimento di tali scopi, la libera iniziativa degli imprenditori deve avere precisi limiti (per inciso: vale qui la pena ricordare che l’opera principale di Adam Smith si chiama, appunto, La Ricchezza delle Nazioni, e non La Ricchezza dei Singoli).

§ La maggior parte delle pagine della sua Ricchezza delle nazioni, lungi dall’essere un’apologia della libera imprenditorialità e del libero mercato, è di fatto dedicata a tracciare tali limiti e a descrivere i compiti che devono essere di esclusiva pertinenza dello Stato (nelle sue parole, “the Sovereign or the Commowealth”). Essi consistono nella difesa, nell’amministrazione della giustizia e nel “erigere e mantenere tutte quelle istituzioni pubbliche e quelle opere pubbliche che, per quanto possano essere in massimo grado vantaggiose per una grande società, sono tuttavia di natura tale che i profitti non potrebbero mai ripagare le spese sostenute a loro riguardo da un singolo o da un piccolo numero di individui – e che non ci si può pertanto aspettare che un individuo, o un piccolo numero di individui, eriga o mantenga”[2]. In particolare, fra questi ultimi compiti egli elenca le infrastrutture necessarie ai trasporti e ai commerci e la pubblica istruzione, che deve essere garantita tanto ai giovani quanto agli adulti (quello che oggi si chiamerebbe “formazione continua”). Si tenga qui conto del fatto che Smith scriveva nel 1776, ancora in pieno ancién regime, vale a dire in un’epoca in cui le competenze delle istituzioni pubbliche erano estremamente limitate. Oggi, senza tradire lo spirito del pensatore scozzese, si potrebbero senza dubbio aggiungere a questa lista assistenza sanitaria, assicurazione pensionistica, sussidi sociali, ricerca scientifica disinteressata e via così.

§ Adam Smith, di fatto, non è tanto un economista, quanto semmai un filosofo illuminista e progressista: ciò che desidera comprendere e ottimizzare è il comportamento umano, di cui il comportamento economico è solamente un aspetto (non a caso la sua altra grande opera, oggi molto meno ricordata, è intitolata Teoria dei sentimenti morali). Come tale, è il primo a essere estremamente critico e sospettoso rispetto ai rischi del sistema economico di cui pure è sostenitore: da un lato ritiene che sia il miglior sistema per creare un benessere economico generale; dall’altro sa benissimo che esso è carico di svantaggi e contraddizioni. In particolare, Smith appare estremamente sensibile al problema della povertà e delle inuguaglianze sociali (“Servitori, lavoratori e operai di vario tipo costituiscono la parte di gran lunga maggiore di ogni grande società politica. (…) Nessuna società può essere fiorente e felice se la maggior parte dei suoi membri sono poveri e miserabili: è più che giusto che coloro che nutrono, vestono e alloggiano l’intero corpo sociale debbano avere una quota del prodotto del loro proprio lavoro che li metta in grado di essere degnamente nutriti, vestiti e alloggiati”[3]), ha chiare parole di solidarietà verso gli operai sfruttati (“Quale sia il salario ordinario dipende ovunque dal contratto stipulato solitamente tra lavoratori e padroni, i cui interessi non sono affatto gli stessi. I lavoratori desiderano ottenere il più possibile, i padroni concedere il meno possibile. I primi sono disposti a formare unioni per far aumentare i salari, i secondi per abbassarli. Non è tuttavia difficile prevedere quale delle due parti sia generalmente avvantaggiata nel confronto, e costringa l’altra ad accettare i propri termini. (…)[4]” e ha altrettanto chiare parole di disprezzo e indignazione verso le classi ricche e privilegiate (“the Rich”, in contrapposizione a “the Poor”): “Dovunque vi siano grandi proprietà, là vi è grande ineguaglianza. Per uno molto ricco ci sono sempre almeno cinquecento poveri, e l’opulenza dei pochi presuppone l’indigenza dei molti”[5]. La Ricchezza delle nazioni abbonda di simili osservazioni, tanto che a tratti sembra prefigurare certe pagine scritte nel secolo successivo da Marx ed Engels.

§ Al fine del perseguimento dei compiti dello Stato, peraltro, per Smith è fuori discussione che si debbano pagare tasse e tributi: “Quando le istituzioni o le opere pubbliche, che sono benefiche per l’intera società, non possono essere mantenute del tutto, con il contributo di quei particolari membri della società che ne traggono i benefici più immediati, la carenza deve essere colmata, nella maggior parte dei casi, dal contributo generale dell’intera società”. Oltre a ciò, è giusto che tali imposte e tributi siano di natura progressiva: “Non è irragionevole che i ricchi contribuiscano alle spese pubbliche non solo in proporzione alle loro entrate, ma anche in misura superiore a questa proporzione”[6]. Chi sostiene che Adam Smith sia il profeta dello “stato minimo” e della totale mancanza di restrizioni al libero mercato e alla libera iniziativa imprenditoriale e dovrebbe forse leggere con maggiore attenzione (o leggere tout court) la Ricchezza delle nazioni.

§ Resta certamente il fatto che il pensatore scozzese parla espressamente della “propensione naturale dell’uomo a barattare, scambiare e commerciare una cosa con un’altra” (“propensity to truck, barter, and exchange one thing for another“). A suo avviso, questa propensione “è comune a tutti gli uomini e non si riscontra in nessun’altra specie di animali, che sembrano non conoscere né questa né alcun’altra forma di contratto”[7] (corsivo mio). Ora, Adam Smith commette il grave errore di universalizzare il particolare, considerando naturale l’unico modello di umanità che conosce, credendo che esista una “natura umana” che è in realtà corrispondente solamente alla “sua natura”, ai suoi assunti, ai suoi valori e a suoi pregiudizi. Di fatto, che tale propensione a barattare, scambiare e commerciare sia comune a tutti gli uomini è molto semplicemente falso: nel corso della storia sono esistite innumerevoli civiltà umane basate su un’economia di carattere comunitario, frugale, di sussistenza, che non conoscevano il mercato né la proprietà o l’iniziativa economica privata. Adam Smith, del resto, non lo ignorava, ma sosteneva che si trattava di civiltà “sottosviluppate”, rimaste ai primi stadi di un ipotetico sviluppo umano universale, cadendo così in un grossolano pregiudizio etnocentrico (che tali civiltà siano state poi colonizzate, militarmente sottomesse, depredate, schiavizzate, disarticolate e talora del tutto annientate dalle società occidentali “di mercato” è un altro discorso). Homo sapiens non è per sua natura, o per universale fine teleologico del suo sviluppo, un Homo economicus.

§ Fra i pensatori che hanno realmente sostenuto tutto ciò che viene spesso falsamente attribuito ad Adam Smith (difesa incondizionata del libero mercato e della libertà di iniziativa imprenditoriale, stato minimo e non-interventismo pubblico nell’economia) va menzionato piuttosto Friedrich von Hayek. La tesi fondamentale del pensatore austriaco è che nessun essere umano può mai possedere una conoscenza complessiva dei meccanismi operanti a livello economico e sociale. Così come il lavoro, come aveva già rilevato Adam Smith, in una società industriale avanzata è suddiviso e parcellizzato, vale a dire diffuso e disperso, così lo è anche la conoscenza. L’unica conoscenza valida e reale è pertanto quella eminentemente pratica e immediata che il singolo individuo possiede riguardo a ciò che è per lui conveniente e appropriato in un certo momento. Di più e di meglio, per così dire, che lasciare a ogni singolo individuo la libertà di stabilire il corso d’azione più opportuno da intraprendere per perseguire i suoi progetti esistenziali (che, come indicherò meglio di seguito, coincidono per Hayek con i suoi progetti economici) non si può: nessun decisore politico sarà infatti mai in grado di intercettare e canalizzare tutte le diverse conoscenze verso di sé e di stabilire cosa sia conveniente e appropriato per l’intera società.

§ Di conseguenza, sostiene Hayek, qualsiasi intervento pubblico nell’economia è non solo arbitrario e presuntuoso – ma anche e soprattutto pericoloso, in quanto nessuno può realmente conoscere le conseguenze di misure economiche decise e intraprese a livello politico: “Se, nel suo sforzo di migliorare l’ordine sociale, l’essere umano non vuole fare più male che bene, deve imparare che in questo campo, come in tutti gli altri dove prevale una complessità essenziale di genere organizzato, non può acquisire quella piena conoscenza che rende possibile la padronanza degli eventi. Egli deve quindi usare la conoscenza che sarà in grado di acquisire non per piegare a un proprio disegno i risultati, come fa l’artigiano con il proprio lavoro, ma piuttosto per seguire lo sviluppo degli eventi, preoccupandosi di fornire l’ambiente appropriato, come fa il giardiniere con le piante. (…) Riconoscere che i limiti della propria conoscenza sono insuperabili dovrebbe pertanto impartire a chi studia i fenomeni sociali una lezione di umiltà capace di impedirci di diventare complici nella lotta funesta dell’uomo per il controllo della società – lotta che non solo ci rende tiranni dei nostri simili, ma ci può spingere anche a distruggere una civiltà che nessuna mente ha progettato e che è cresciuta grazie agli sforzi liberi di milioni di individui”[8].  Occorre dunque che i singoli vengano “lasciati fare”: se ciascuno di essi persegue i propri interessi in base alle proprie conoscenze, essi daranno spontaneamente vita a quella società che, appunto, nessuna mente ha progettato. In tale società, ad assumere una funzione spontanea di coordinamento delle azioni economiche dei singoli sono i prezzi: essi da un lato costituiscono i principali incentivi capaci di sollecitare il processo di scelta degli attori economici e forniscono loro tutte le informazioni rilevanti ai fini della massimizzazione dell’utilità o dei profitti; dall’altro permettono la trasmissione fra gli individui delle conoscenze economiche, per quanto si tratti di conoscenze necessariamente imperfette, asistematiche, tacite e spesso non comunicabili. Il meccanismo dei prezzi rende insomma possibile un coordinamento molto più economico, efficiente ed efficace fra gli individui rispetto a qualsiasi intervento deliberato o, peggio ancora, a una vera e propria pianificazione economica.

§ Ora, anche accettando l’assunto che qualsiasi intervento deliberato o qualsiasi pianificazione dell’economia, non potendo alcun decisore politico possedere le conoscenze necessarie al raggiungimento degli scopi che illusoriamente si prefigge, dà necessariamente luogo a conseguenze imprevedibili, chi dice tuttavia che la civiltà che nessuna mente ha progettato, vale a dire quella che sorge spontaneamente dalla libera e spontanea iniziativa dei singoli individui, sia efficiente e dia luogo a conseguenze desiderabili? Perché mai il lasciare che gli sviluppi dell’economia e della società dipendano dalla libera, spontanea e incontrollata iniziativa dei singoli dovrebbe portare a risultati vantaggiosi a livello sistemico? Francamente, non lo si capisce. Tutto al contrario, oggi sappiamo bene come numerose iniziative economiche private comportino vantaggi per alcuni ma gravi svantaggi per altri, nonché gravissimi svantaggi a livello sistemico per tutti (il che è sotto gli occhi di tutti, se non altro, con l’attuale disastro ecologico). L’ordine spontaneo, cioè, può benissimo essere un ordine distruttivo. Di fatto, Hayek pare ignorare completamente il tema delle conseguenze sistemiche dell’agire dei singoli. Il suo approccio sconta una radicale cecità nei confronti del pensiero complesso: egli non vede che la società non è affatto una macchina lineare, riconducibile alla mera somma delle azioni dei singoli, bensì un sistema dinamico in cui l’intreccio di tali azioni genera proprietà emergenti del tutto slegate dalle intenzioni degli agenti. Egli dà per scontato che l’assenza di una pianificazione centrale conduca a un’intrinseca armonia, laddove la complessità dei sistemi aperti produce al contrario instabilità, punti di non ritorno ed effetti distruttivi.

§ Oltre a ciò, con Hayek ci troviamo davanti a una vera e propria ipostatizzazione del mercato. Il mercato hayekiano (e dei neoliberisti che a lui si ispirano) è concepito come una sorta di istanza terza e impersonale, investita di una spontanea, per certi versi inconsapevole, ma in ogni caso superiore conoscenza della complessità sociale ed economica, che nessun singolo può detenere. Se il mercato non esiste in quanto soggetto, opera tuttavia come se esistesse in quanto “mente universale”, alla cui ragione superiore il singolo deve consegnarsi e conformarsi. Da questo punto di vista, letta con le lenti della psicoanalisi, la concezione hayekiana e neoliberista del mercato appare corrispondere a ciò che Jacques Lacan ha chiamato il “grande Altro” – vale a dire “quell’agire impersonale, culturalmente costruito, il cui sguardo cerchiamo da un lato di impressionare con il nostro comportamento e dall’altro di assumere come parametro in base al quale misurarci; detto altrimenti: la regola non scritta che governa la società, il costante riferimento a un Altro virtuale, tuttavia sempre presente e pronto a sincerarsi che lo svolgersi delle nostre azioni sia conforme alle sue aspettative”[9]. Il grande Altro non esiste, eppure struttura la nostra realtà. Esattamente come il grande Altro lacaniano non ha alcuna consistenza empirica ma vive solo nell’efficacia simbolica dei suoi effetti nella misura in cui viene inconsciamente accettato come garante simbolico di senso, allo stesso modo il mercato funziona come un ordine simbolico altrettanto pervasivo, che acquisisce la sua onnipotenza coordinatrice solo nella misura in cui gli individui lo accettano e ne interiorizzano la (presunta) razionalità.

§ Oltre a ciò, c’è da chiedersi, che idea di essere umano ha in mente Hayek? Per lui l’uomo non pare essere altro che un homo economicus che non pensa altro che a perseguire obiettivi economici e a ottimizzare ogni aspetto della propria vita in termini di convenienza economica. Qualsiasi altra dimensione della vita umana sembra non contare, o tout court non esistere. Essere al mondo, per Hayek, coincide con l’essere un operatore economico. Personalmente, trovo la lettura delle sue opere inquietante: dei veri e propri testi di letteratura da incubo. Fra le varie misure auspicate dal pensatore austriaco ci sono per esempio l’abolizione del monopolio della moneta da parte delle banche centrali, sostituita dalla libera emissione di valuta da parte di istituti sia pubblici sia privati in competizione fra loro, lasciando agli individui la libertà di utilizzare per i propri affari quella ritenuta, di volta in volta, più conveniente. Di fatto, a suo avviso, il denaro il cui costo sia stabilito da un’unica banca centrale distorce il mercato valutario e annulla la funzione regolatrice svolta in esso dal sistema dei prezzi (per Hayek, come già visto, quello dei prezzi è l’unico sistema che rende possibile, indirettamente, la trasmissione fra gli individui delle conoscenze utili al loro rispettivo agire economico). Ora, se ciò può eventualmente avere senso per un imprenditore o per un operatore finanziario, che mondo sarebbe tuttavia per le persone comuni quello in cui circolassero contemporaneamente una gran quantità di valute, ciascuna emessa da una diversa entità finanziaria e quotidianamente soggetta a variazioni di cambio e di valore? Oggi dovrei fare la spesa con i talleri della tale banca o piuttosto con gli scellini della talaltra? Oggi dovrei preoccuparmi di fare scorta dei fiorini del tale istituto o magari cercare di rivenderli per acquistare corone del talaltro? Di fatto, Hayek sembra sognare un mondo in cui siamo tutti freddi calcolatori finanziari – e in cui tutti non abbiamo in testa alcuna preoccupazione che non sia di carattere economico. Peccato che nella vita io desideri potermi dedicare anche e soprattutto ad altre faccende – e posso farlo, appunto, anche e soprattutto perché posso contare sul fatto che di certe cose, quali appunto la valuta, essendo (relativamente) stabile, non ho bisogno di interessarmi. Lo stesso vale in generale per numerosi altri aspetti della mia vita: è certamente vero che potrei risparmiare denaro od ottenere svariati vantaggi economici e non solo cambiando in continuazione i miei contratti bancari, telefonici, assicurativi, ecc. inseguendo continuamente le offerte più vantaggiose, contrattando le condizioni, ecc. Un sistema economico liberista, in larga misura, di fatto me lo permetterebbe. Tuttavia, quanto tempo e quanto impegno (e quanta ansia) mi costerebbe? Personalmente, ho altro di meglio da fare.

§ Oltre a formulare teorie economiche, Hayek ha enunciato una serie di teorie politiche, giuridiche e sociali di analogo tenore. Per farsi un’idea del personaggio e del suo pensiero, vale la pena citarne brevemente alcune. Conformemente alla sua concezione secondo cui la conoscenza è sempre diffusa e non possedibile nella sua totalità da alcuna singola persona o da alcun singolo organismo, Hayek ha sostenuto che il potere e le competenze dello Stato devono essere ridotte al minimo. Come già osservato relativamente all’ambito economico, infatti, nessuno è in grado di prevedere esattamente le conseguenze di un certo provvedimento, mentre la società, analogamente al mercato, a condizione che ai cittadini sia consentito agire liberamente nella propria sfera di autonomia, delimitata solamente da norme generali e astratte, e che al governo sia vietato intervenire in questioni sociali, favorendo determinati interessi rispetto ad altri, è in ultima analisi in grado di regolarsi da sola. Di nuovo, non si capisce in virtù di quale principio un simile non-interventismo debba necessariamente tradursi in conseguenze sistemiche vantaggiose e desiderabili: un’assunzione che conferma, ancora una volta, la radicale cecità di Hayek verso il funzionamento dei sistemi complessi.

§ Ancora, Hayek ha sostenuto l’istituzione di un’assemblea legislativa a cui dovrebbero essere eleggibili soltanto persone “altamente rispettate” e che “si sono guadagnate una buona reputazione nella vita privata e professionale”[10], idealmente per un mandato di circa quindici anni e di età idealmente compresa fra i 45 e i 60 anni. Sostenitore del fatto che pensionati, disoccupati, persone disabili, malate o comunque inabili a operare nel sistema di mercato abbiano diritto a ricevere un reddito minimo di sussistenza, a patto (ovviamente!) che ciò non interferisca in alcun modo con le regole del libero mercato, il pensatore austriaco ha tuttavia precisato che chiunque riceva un sussidio pubblico debba essere escluso dal diritto di voto, così come lo devono essere gli impiegati pubblici (si noti che Hayek, in quanto docente di una pubblica università, escludeva in tal modo dal diritto di voto anche se stesso). Di nuovo, per Hayek l’essenza dell’essere umano coincide totalmente con quella di un homo economicus: chi non è pienamente in grado di agire sul mercato come libero operatore economico (o non vuole farlo), a suo avviso non ha nemmeno pieno diritto di cittadinanza.

§ Infine, Hayek ha dichiarato in più occasioni che la giustizia sociale è un miraggio (questo è del resto il titolo di un suo celebre libro, The Mirage of Social Justice) e che quanti parlano di giustizia sociale “non sono nemmeno in grado di mettersi d’accordo su cosa essa sia”. Di fatto, secondo il pensatore austriaco, la giustizia sociale “è un’espressione che per molti incarna un credo quasi religioso, ma che è priva di qualsiasi contenuto e serve solo a insinuare che dovremmo cedere alle richieste di qualche gruppo particolare”. Ancora, “il termine giustizia sociale è vuoto e privo di significato”, e il tentativo di perseguirla, in quanto altera i meccanismi del libero mercato (non sia mai!), “rappresenta il massimo pericolo per la nostra civilizzazione” (sic). Di fatto, “l’ideale delle pari opportunità è del tutto illusoria (…), mentre ogni tentativo concreto di realizzarlo rischia di produrre un incubo” e “finché l’idea della ‘giustizia sociale’ governerà l’azione politica, ciò ci avvicinerà progressivamente e inevitabilmente al totalitarismo”. Se nella vita persone meritevoli hanno insuccesso e persone indegne prosperano, non possono del resto prendersela con nessuno: il mercato è un’entità impersonale. Così va il mercato, e così va il mondo. Al limite, nel caso in cui abbiano scelto un’occupazione sbagliata, economicamente non redditizia, possono prendersela solamente con se stesse. Di nuovo, per Hayek tutto si misura in termini di successo economico – e che alcuni intraprendano un percorso di studi o scelgano un’occupazione per ragioni diverse dal volerne ricavare un vantaggio economico è qualcosa che il pensatore austriaco non riesce nemmeno lontanamente a concepire.

§ Vale la pena menzionare il fatto che Friedrich von Hayek ha vinto nel 1974 lo pseudo premio Nobel per l’economia. Ora, tale premio, in quanto premio Nobel, non esiste. Lo scienziato e mecenate svedese Alfred Nobel istituì con il suo testamento una fondazione per l’assegnazione di un premio annuale a quanti, durante l’anno precedente, avessero maggiormente contribuito al benessere dell’umanità nel campo della fisica, della chimica, della medicina, della letteratura e della pace. Dell’economia non fece alcuna menzione. I primi premi vennero assegnati nell’anno 1901. Il cosiddetto premio Nobel per l’economia fu istituito solamente nel 1969 in seguito all’istituzione da parte della banca centrale svedese di un apposito fondo (del tutto distinto e indipendente da quelli impiegati dalla fondazione Nobel per la dotazione dei cinque premi istituiti dal suo fondatore). Fin da allora, tale premio è stato fortemente criticato anzitutto in quanto mai istituito da Alfred Nobel e del tutto alieno alle sue volontà, quindi in quanto l’economia non è una scienza le cui teorie contribuiscono necessariamente al benessere generale dell’umanità. Fra i primi a protestare contro l’istituzione del premio ci sono stati gli stessi discendenti di Alfred Nobel. In particolare, il suo pronipote Peter Nobel, avvocato e attivista per i diritti umani, ha sostenuto che suo bisnonno disprezzava quanti si interessassero più dei profitti economici che del benessere della società, che nulla lascia pensare che avrebbe desiderato l’istituzione di un tale premio a suo nome e che esso costituisce solamente una strategia di pubbliche relazioni organizzata dagli economisti per migliorare la loro reputazione. È del resto evidente come nel corso degli anni il premio sia stato ripetutamente assegnato a esponenti di ben precise scuole economiche di orientamento neoliberale, nonché che nella stragrande maggioranza dei casi sia andato a studiosi statunitensi o comunque attivi in università degli USA (75 su 99 vincitori dalla sua istituzione fino al 2025). Spesso la sua assegnazione è stata seguita da critiche e polemiche. Ora, nel suo discorso di accettazione dello pseudo premio Nobel nel 1974, lo stesso Friedrich von Hayek dichiarò che “se fosse stato consultato sull’istituzione di un Premio Nobel per l’economia, lo avrebbe decisamente sconsigliato, in quanto il premio Nobel conferisce a un individuo un’autorità che in economia nessun uomo dovrebbe possedere. Una tale autorità personale è accettabile nelle scienze naturali: in tali campi l’influenza di un singolo individuo si esercita infatti principalmente sui suoi colleghi scienziati, e questi saranno in grado di verificare quanto da lui sostenuto e di ridimensionarlo nel caso in cui superi le sue competenze. L’influenza di un economista si esercita tuttavia non solamente sui suoi colleghi, ma soprattutto sui non addetti ai lavori: politici, giornalisti, funzionari pubblici e l’opinione pubblica in generale (…) Non ritengo auspicabile rafforzare l’influenza di alcuni singoli economisti con un riconoscimento così cerimonioso e appariscente dei risultati da loro raggiunti”[11]. Ciononostante, al termine di tale discorso, Hayek accettò il premio! Bell’esempio di coerenza e di onestà intellettuale!

§ In conclusione, si sente ripetere come un mantra che quello di mercato sarebbe il migliore di tutti i sistemi economici, poiché, tramite il meccanismo dei prezzi, mette alla fine sempre d’accordo domanda e offerta. Ciò è falso: il mercato non mette affatto d’accordo domanda e offerta, ma capacità di acquisto e offerta. Chi non dispone della capacità d’acquisto necessaria ad approvvigionarsi di ciò che gli occorre, è inutile che domandi: per lui non c’è offerta. Oltre a ciò, in sistema di mercato, gli operatori economici non sviluppano e offrono prodotti che corrispondono a un bisogno oggettivo, bensì solamente quei prodotti e servizi che sono per loro economicamente vantaggiosi (che possono certamente coincidere con ciò di cui esiste un reale bisogno, ma si tratta di una coincidenza non necessaria). Il mercato globale, come è sotto gli occhi di tutti, è oggi pieno di prodotti voluttuari, superflui e inutili (nonché spesso socialmente iniqui e ambientalmente dannosi), mentre scarseggia tremendamente di innumerevoli beni di prima necessità. In una società di mercato, a chi ha molti mezzi viene offerto tutto (anche e soprattutto il superfluo); a chi non ha nulla, non viene offerto nulla (nemmeno l’essenziale). Il mercato, insomma, non opera in base alla reale urgenza o alla dignità etica dei bisogni, ma esclusivamente in base alla redditività della domanda. Esso, oltre a non avere nulla di “naturale”, è in ultima analisi un meccanismo cinico, cieco e strutturalmente sbilanciato. Consegnare la società all’ordine simbolico del mercato non significa affatto garantire lo sviluppo della sua ricchezza o la sua spontanea armonia, ma accettare (e giustificare) la sistematica degradazione di una larga parte dell’umanità in nome di un’astrazione economica.


[1] Riguardo al celebre concetto di mano invisibile, vale a dire quel meccanismo impersonale grazie al quale il perseguimento del proprio interesse privato ed egoistico da parte dei diversi agenti economici corrisponderebbe indirettamente e involontariamente all’interesse di tutti e si tradurrebbe così nel benessere collettivo, vale peraltro la pena notare che Adam Smith, nella Ricchezza delle nazioni, usa questo termine solo una volta: “A parità o quasi di profitti ogni individuo è naturalmente incline a investire il suo capitale in modo tale che offra probabilmente il massimo sostegno all’attività produttiva del suo paese e dia un reddito e un’occupazione al massimo numero di persone del suo paese. (…) Nel preferire di investire nell’attività produttiva del suo paese rispetto a quella di un paese estero (…) egli è condotto da una mano invisibile”. Vale a dire, Smith sostiene che ogni agente economico possiede una tendenza naturale a privilegiare gli investimenti nel proprio paese piuttosto che all’estero (il che, a rigor di logica, è semmai un argomento contro il libero mercato).

[2] Ibidem. Libro V, Cap. I, Parte III

[3] Ibidem. Libro I, Cap. VIII

[4] Ibidem. Libro I, Cap. VIII

[5] Ibidem. Libro V, Cap. I, Parte II

[6] Ibidem. Libro V, Cap. II, Parte II

[7] Adam Smith, Ibidem

[8] Friedrich von Hayek, Competizione e conoscenza. Corsivo mio

[9] Slavoj Zizek, Leggere Lacan

[10] “A selected group of men and women, who had already made a reputation in the ordinary business of life”. Friedich von Hayek, Legge, legislazione e libertà. In base a quali criteri sia stabilita tale reputazione è formulato in modo vago.

[11] https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/1974/hayek/speech/